Serve un pensiero

di Alfredo Reichlin

Pongo a me stesso e a voi una questione che considero cruciale.

Quale messaggio dovremmo mandare a questo Paese frastornato, impaurito, privo del senso di dove sta andando, assalito da problemi enormi che investono ormai direttamente la vita quotidiana: le grandi migrazioni, il fantasma della povertà, perfino le minacce di nuove guerre.

Che senso ha organizzare una corrente se non parto da qui?

E poi una corrente di che cosa?

Di quale partito, essendo venuta in discussione la natura stessa del PD?

Questo è il “dunque” a cui siamo arrivati. Uscire? Entrare?

Stare con Renzi ma al tempo stesso prendere le distanze da Renzi?

Rispetto le decisioni personali.

Ma questo dibattito mi sembra inconcludente. La necessità che sento è quella di dare una risposta forte e chiara alla domanda vera: se sia venuto meno (oppure no) il bisogno per gli italiani in questo difficile passaggio storico di una grande forza organizzata di popolo, di centro-sinistra.

Dico di centro-sinistra. Insisto su questa espressione perché la intendo non solo e non tanto come uno schieramento parlamentare pur sempre labile ma come l’alleanza più che mai necessaria tra quello che il deposito in parte disperso ma tuttora vivo e grandissimo di spinte solidaristiche, di esperienze umane, di culture democratiche, di lotte e di valori ideali, insomma quel complesso di forze e di culture laiche e cattoliche che hanno fatto la storia italiana e che a prescindere dai tanti errori e dai settarismi, dalle fughe in avanti e dall’anacronismo di vecchie ideologie sono piantate dentro le fibre stesse del Paese (ricordiamoci: non è la destra che ha fatto la Repubblica) e che perciò è un grande errore da parte di Renzi cercare di asfaltare.

Ma l’alleanza dicevo tra tutto questo e la parte migliore della borghesia italiana. Voglio dirlo chiaro. Parlo anche degli imprenditori. Le famose forze produttive. Noi non andiamo da nessuna parte se non affrontiamo questo problema, se non parliamo al tessuto tuttora pulsante di ingegno, di lavoro, di innovazioni, di culture che sta nella parte sana delle imprese italiane. Senza questa alleanza che non è sindacale noi non affrontiamo il nodo europeo da cui tutto dipende. Non siamo nelle condizioni della Grecia ma non illudiamoci. Il ventennale blocco dello sviluppo italiano resta. Le cosiddette riforme non hanno risolto quasi niente. L’austerità l’attacco allo Stato sociale e il suo degrado, il Mezzogiorno, la svalutazione del lavoro e quindi il sacrificio della creatività e dell’ingegno italiano stanno tutti lì, di fronte a noi. Questo è il nodo che sta venendo al pettine.

È un nodo politico prima che economico. Come dimostra la vicenda greca. È un fatto che la piccola Grecia ha costretto l’oligarchia dominante d’Europa a mostrare la faccia e a non nascondersi dietro i tecnici e la burocrazia di Bruxelles. E’ apparso chiaro che il programma greco che non funziona non sono le pensioni troppe generose ma è l’alleanza politica di sinistra sostenuta da una larga base popolare. Perché è questo singolare centro-sinistra di governo che bene o male mette la politica del rigore sotto accusa e pretende la riconquista della sovranità.

Noi stiamo arrivando allo stesso appuntamento. Con quali forze, con quale idea del futuro dell’Italia? Questo è il nostro ‘problema’. Non è Renzi, lo è anche, naturalmente, ma di risulta. È evidente che Matteo Renzi occupa la scena e ciò anche perché ha rivelato dote di leader di slancio e di energia. Ma cosa c’è dietro di lui? lo vedo un vuoto molto pericoloso. Non c’è una cultura politica e una armatura socio-culturale capace di dare unanima agli italiani. Non c’è un sistema politico che garantisca un equilibrio costituzionale. Non c’è un disegno del futuro. Ecco tutto. Quel disegno di cui l’Italia ha un assoluto bisogno. E di cui non è più possibile fare a meno perché non ci sono più alibi. La recessione è finita. Una riprese sia pure debole è avviata ma il paese che esce da questi lunghi anni di crisi non si è stabilizzato. Anzi, è più debole di prima. Ha perso un quarto del suo apparato industriale, più del 10 per cento della sua ricchezza, la distanza fra la grande metropoli europea e cosmopolita qual è Milano e il Ventre di Napoli è diventata abissale. Si vede sempre meno non dico uno Stato unitario ma una cittadinanza uguale. Sono cittadini uguali un giovane di Catanzaro e uno di Mantova? La corruzione e il fatto che la vita civile (non solo economica ma politica) di intere regioni è dominata non dalla legge ma dai poteri di mafie e camorre pesa ormai enormemente su tutto. Tutte le previsioni dicono che se anche una riprese ci sarà il nuovo contesto in cui siamo immersi (salti tecnologici, materie prime, nuove relazioni geopolitiche) è tale per cui il problema della disoccupazione di massa soprattutto delle  nuove generazioni resterà irrisolto. A meno che (questo è il punto) il genio italiano non inventi un nuovo modello di sviluppo per cui nel futuro un nuovo Carlo Cipolla ci possa ancora raccontare come un paese senza risorse naturali può diventare ricco se “inventa le cose belle che piacciono al mondo”.

I problemi sono questi. Non invento nulla. Sono noti. Perché li cito? Perché essi ci dicono una cosa molto semplice: che se vogliamo affrontarli dobbiamo mettere in campo insieme a proteste sacrosante e a voti contro leggi sbagliate un pensiero politico. E che cosè un pensiero politico? Non è un documento programmatico. El’idea semplice e chiara che non si può riformare lItalia senza rimettere in discussione il blocco sociale e di potere dominante che di fatto ci governa.

Riforme e alleanze non sono separabili. Ce lo siamo dimenticati? La sinistra non è l’ennesimo partitino. La sinistra è Gramsci, è l’analisi dell’Italia come blocco storico dentro il quale non ci sono solo i padroni. È l’egemonia. È la politica come lotta ma anche come dialogo. È soprattutto cercare di capire come la politica può incontrarsi con le nuove generazioni europeizzate.

Ritorno cosi al tema iniziale e chiudo. Che cos’è il PD? Serve ancora? Una cosa mi sembra chiara: che lItalia ha bisogno di una forza larga, di popolo, di centro-sinistra nel senso anche di una grande alleanza sociale. Qui sta lo sbaglio drammatico di Matteo Renzi. Glielo dico con amicizia. Dove va con una forza indefinita, un partito personale, trasformista ignorando il fatto che egli non può asfaltarequel grande deposito di valori che le generazioni della sinistra e del laicismo cattolico hanno creato. Perché se tenta di farlo, può solo ottenere che la gente non va più a votare. Né si può giocare con la destra come il gatto col topo e poi scopri che la destra in Italia è forte e ha il volto orrendo delle barbarie. Cerchi di ricordare che non a caso cè stato il fascismo in Italia. E noi pure stiamo attenti a non diventare una setta come tante altre.

È essenziale allargare gli spazi della politica, ridare fiducia e ascoltare il mondo crescente della povertà e della sofferenza. È per questo che bisogna riaprire il dialogo tra tutte le forze democratiche.

dall’Unità del 2 luglio 2015