Scandalo alla regione Lazio

Foto da basso impero nella collezione delle figurine sconce

Sembra che il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti si sia fregato con le sue mani per quella dichiarazione sui poveri che non gli piacciono. Il tutto registrato in un filmato, in cui poi non si vedeva niente. Ma un filmato è pure troppo: da noi in Italia basta una foto per rappresentare un’intera classe dirigente nel suo infimo livello culturale e morale. Parliamo ovviamente della destra laziale, che definire classe dirigente è pure improprio. Si tratta di un’accozzaglia di tipi umani provenienti dalla manovalanza politica ex fascista, praticamente il peggio che fornisce il Paese e che non poteva mancare nella collezione berlusconiana di figurine sconce.
Dispiace solo che in questi giorni molti giornali calchino la mano sulla loro «romanità» quasi che la stessa umanità famelica e sfacciata non si trovi nella Lombardia di Formigoni o nella Lega di Bossi. Si tratta di coltivarla e premiarla, come ha fatto il Pdl, proponendo liste elettorali misurate col bilancino del favoritismo. O qualcuno sì è dimenticato di come è stata eletta la signora Polverini, delle liste presentate fuori tempo massimo da quel tal Alfredo Milioni che disse di essere andato a mangiare un panino? E sempre di milioni, ora che il cerchio si chiude, Polverini deve rendere conto, non solo agli elettori che l’hanno votata preferendola a una donna come Emma Bonino, ma a tutto il Paese. Perché molti (anche tra i suoi elettori, come hanno testimoniato telefonando ieri mattina a Caterpillar) pensano che la presidente dovrebbe dimettersi, mentre invece non avrebbe mai dovuto accettare di farsi eleggere con quelle voraci modalità. infatti, il citato Milioni e l’attuale Fiorito sono uguali, benché il primo fosse di origine sedicente socialista e il secondo fascista. Entrambi grandi mangiatori, non perché romani, ma perché raccattati nel fondo del barile berlusconiano.

Fiorito e la presidente Polverini: la congiura degli innocenti

Giustamente, prevale ancora su tutto il notiziario televisivo il disastro (definizione della presidente Polverini) della Regione Lazio. Altri, più versati nelle patrie lettere, l’hanno definito Satyricon, ma neppure Petronio poteva descrivere, e Trimalcione organizzare, un festino tanto squallido.
Roba da «Ciao Darwin», o qualche altro pecoreccio varietà che ha nutrito le aspirazioni estetiche di una classe dirigente formatasi nel supermercato berlusconiano. Cosicché ora il cavaliere teme che il Pdl passi per «partito della corruzione»! Ma dai. E non è il partito che da mesi, anzi anni, si batte in Parlamento per impedire l’approvazione della legge anticorruzione? Tutto si tiene.
Anche la tenuta, appunto di Renata Polverini, che, se le avessero rubato sotto il naso il Colosseo, non se ne sarebbe accorta. E ancora meno se ne sarebbe  accorto il sindaco Alemanno, soprattutto se la cosa fosse avvenuta durante una nevicata imprevista e per opera della nutrita schiera di famigli assunti nelle aziende municipalizzate.
Comunque, i fattacci di questi giorni confermano il legame indissolubile tra politica e tv: Renata Polverini è andata a rifarsi il look davanti alle telecamere di Piazza pulita, mentre il recalcitrante Batman, Franco Fiorito, è andato da Bruno Vespa. Chiaro che tutti e due si sono proclamati innocenti, recitando il loro ruolo con la grande professionalità acquisita nella politica intesa come lucrosa fiction.
E, mentre Fiorito ha tirato fuori il foglietto che dovrebbe discolparlo, la signora Polverini ha dovuto chiedere al suo staff il conto delle spese elettorali, di cui naturalmente non ricordava la cifra. Un particolare tanto irrilevante che infatti ammonta a oltre 7 milioni euro. Tanto è costato (a chi?) farla eleggere, con relativo sputtanamento.

Scandalo Lazio e la furbetta del quartierone

Basta con la polverini in TV. Non ne possiamo più. La ex presidente della regione Lazio ci perseguita da giorni con le sue dimissioni ventilate, ritirate, riminacciate e alla fine confermate giusto in tempo per l’apertura dei tg della sera (tranne il Tg3, ovviamente).
Nata come personaggio televisivo (pentiti, Floris!), Renata Polverini ora vuole farci morire tutti di tv con le sue inverosimili cadute dal pero e la chiamata in causa di tutti gli altri. Lei, sindacalista di un sindacato quasi inesistente (un po’ come Rosi Mauro), ora si mostra bianca che più bianca non si può, pronta per un altro ruolo da ingenua nella grande commedia dell’arte ambientata ai tempi del basso impero berlusconiano. Perché, diciamo la verità, di maschere non ci sono solo quelle dei porci nella sceneggiatura  del Pdl, ma anche quelle linde e pinte dei furbetti dei numerosi quartierini e delle furbette del quartierone.
E ogni tanto c’è uno (o una) che si scandalizza perché gli altri sono corrotti, mentre giura di non sapere chi pagava i suoi conti, le sue vacanze, le sue case con vista o le sue campagne elettorali.
A suon di manifesti, liste false e fascisti veri, che miracolosamente stanno insieme, tramite il collante carismatico del boss, con i socialisti del tempo che fu e con i maneggioni di ieri, di oggi e di domani. Ognuno dei quali si uniforma alla morale del capo e del gruppo, o meglio del branco predatorio, ma appena viene scoperto, sventola qualche ricevuta e, sperando di salvare il salvabile, butta la colpa addosso ai soci. E questa, che Renata Polverini ha definito correttamente una «faida» è, in realtà, una sorta di malattia autoimmune che corrode dall’interno il partito che non c’è più, forse perché non c’è mai stato. Anche se (misteriosamente!) l’opposizione non è riuscita ad abbatterlo dall’esterno.

In principio fu Ballarò (e anche la fine)

Il personaggio Polverini, nato a Ballarò, doveva finire a Ballarò. Con la complicità di Giovanni Floris, che ha, per così dire, celebrato le tristi esequie. Del resto, tutta la puntata è stata in bilico sulla insopportabilità, per responsabilità diretta della ex governatrice, che ha fatto una serie di piazzate a questo e quello, dimostrando di essere molto simile a quelli da cui si vorrebbe distinguere.  In particolare Fiorito, che ha usato in tv lo stesso metodo: insultare e intimidire, nonché agitare carte e cifre incontrollabili.
Perché, come ha detto giustamente il vecchio Romiti in altra sede (Rainews), «non hanno più vergogna di niente».
E ora, come Fiorito dice di volersi ricandidare, anche la signora Polverini ha sicuramente in mente di rimettersi in carriera (politica) da qualche altra parte. Se no, non avrebbe tappezzato Roma di manifesti in cui, da capo della banda della Pisana, diventa improvvisamente fustigatrice dei costumi altrui.  Stile Berlusconi, che, pure lui, si scopre moralizzatore di un partito che ha costruito a sua immagine e somiglianza e cioè senza regole e senza trasparenza.
Cosicché, alla fine, anche la puntata di Ballarò è stata trascinata in una sistematica deriva di confusione.
Perché, su Polverini e dintorni, aveva già detto tutto Maurizio Crozza nell’introduzione, ricordando che, mentre la giunta e il consiglio della Regione Lazio tagliavano i servizi più indispensabili a disabili e famiglie, spendevano e spandevano soldi non solo a favore degli eletti, ma anche degli amici esterni.
E, alla fine, nessuno ha chiesto conto alla Polverini dei 7 milioni (dichiarati a Piazza pulita) gettati in una campagna elettorale rovinosa, culminata nella farsa della lista fantasma, in difesa della quale si voleva scavalcare la legge con un decreto governativo.
Quello è stato il brodo primordiale da cui non poteva che nascere Fiorito.

Tratti dall’Unità [Fronte del video di Maria Novella Oppo] del 21, 22, 26 e 27 settembre

N.B. alle ore 15 del 27 settembre le dimissioni, annunciate da tutte le TV e tutti i giornali,  non sono state ancora formalizzate