Memorie di un sopravvissuto

Quasi tutti quelli che mi conoscono mi considerano uno fondamentalmente smemorato e che tende a dimenticare con facilità. Eppure io ricordo con lucidità cinematografica fatti ed eventi che mi sono capitati quando avevo meno di tre anni.

Si può affermare che sarei potuto morire a cinque avendo già capito tutto quello che di sostanziale c’è da capire della vita. E questo grazie ad una mia vicina di casa, alla guerra ed alle suore tedesche. Erano tempi un po’ diversi dagli attuali e devo riconoscere di aver avuto, in quell’epoca, molte più opportunità di un treenne di adesso, oltre che una buona dose di fortuna.

A quel tempo era abbastanza facile che le porte degli appartamenti, specialmente se situate ai piani superiori, restassero aperte, in diversi periodi del giorno. Per cui, eludendo la ferrea sorveglianza di mia madre, riuscivo talvolta a fare visite personali alla mia vicina, che viveva da sola ed era bellissima: bionda con gli occhi azzurri e leggera come una fata. Per me le fate esistevano veramente, perché ne avevo una che abitava nella porta accanto. La sua casa, benché lastricata come la mia, era più lucida, più colorata e piena di oggetti che luccicavano e di specchi. L’unico elemento che mi metteva un tantino in soggezione era la testa di un negretto posata per terra dietro la porta d’ingresso. Pareva che il resto del corpo fosse stato risucchiato dal pavimento e che potesse riemergere in qualsiasi momento dando chissà quale strano comando segreto. Non sembrava comunque molto afflitto per questa sua condizione, a giudicare dallo sguardo e dall’espressione allegra della faccia, da sotto un altrettanto allegro cappelluccio rosso a tronco di cono da cui pendeva un pennacchietto dorato. Io non osavo entrare in quel piccolo paradiso e restavo fermo sulla porta a rimirare quelle mirabilia, aspettando che accadesse qualcosa. Vedevo la fatina entrare ed uscire velocemente tra le porte che affacciavano sul lungo corridoio, fino a quando non mi intuiva con la coda dell’occhio. A quel punto si fermava di scatto e correva verso di me a braccia aperte, frusciando in una lucida vestaglia di seta rosa bordata di struzzo bianco come le nuvole. Arrivando mi sollevava quasi al volo fino al petto, riempiendomi di baci profumati e vezzeggiandomi in tutti i modi possibili, anche nella sua strana lingua. Era innamorata di me. Un giorno mi regalò un piccolo orsetto bianco di “peluche” che muoveva la testa, le braccia e le gambe e che potevo quindi far camminare e salutare e mettere in tutte le posizioni. Sfortunatamente non potei giocarci a lungo come avrei voluto perché mia madre mi disse che “se no si rovinava. Finché un giorno la fatina, che mio padre chiamava quella povera disgraziata, sparì ed io rimasi per sempre nel grigiore di casa mia.

In verità venivo fatto uscire da casa per congrui periodi almeno una volta al giorno, se e quando c’ era il sole. E scoprii che col sole ci poteva anche essere “l’allarme” e si doveva correre di corsa sotto terra. Le prime volte fui condotto nel sotterraneo del mio palazzo, una specie di stanzone vuoto con grosse porte di ferro con delle ruote come i volanti delle automobili. Poi un giorno, mentre stavamo lì sotto, si sentì un botto terribile e tremò tutto lo stanzone. La volta successiva che sentii gridare “l’allarme… l’allarme…” fui trascinato di corsa molto più lontano, dentro certe grotte che stavano sotto una grossa casa rossiccia abitata dalle suore.

Passando davanti alla caserma dove lavorava mio padre e che già conoscevo perché mi ci aveva portato qualche volta vidi che ne mancava un pezzo e che al suo posto c’era un mucchio di calcinacci enorme. Nelle grotte non c’era la luce e si usavano le candele. Da un lato veniva giù una specie di pioggia che per fortuna se ne andava ancora più sotto terra.

Andammo in queste grotte un paio di volte soltanto, poi ricominciarono le passeggiate al sole. In una di queste, molto più lunga delle altre, raggiungemmo mio padre nel suo posto di lavoro, con sua grande sorpresa. Lui mi prese in braccio e cominciò a portarmi in giro per far vedere a tutti “l’erede”, un’operazione che sul momento mi restò totalmente oscura, ma che mi lasciò alquanto contraddetto. Durante questa operazione sentii di nuovo parlare molto concitatamente di “allarme” ed un gruppo di persone si riversò di corsa dentro il giardino della villetta dove ci trovavamo, chiedendo aiuto. Si finì tutti in uno stanzone oscuro al piano terra, al centro del fabbricato, ammassati in un angolo su alcune panche di legno. Lo stanzone era collegato al giardino da un corridoio non molto largo e lungo parecchi metri, con una porta a vetri in prossimità dell’uscita, sovrastata da un ampio lucernario, che era stata richiusa. Mia madre, che già aveva sperimentato in altre occasioni che tempra di esploratore fossi, mi teneva ben stretto.

Dopo un po’ si cominciarono a sentire dei boati piuttosto lontani, la vetrata si spalancò e tre o quattro persone corsero dentro portando in braccio una donna. Qualcuno diceva “fate largo, fate largo.. è ferita…”. Si generò una notevole confusione, qualcuno accostò due panche, dove la donna fu deposta e sparì alla mia vista circondata da quasi tutti i presenti.

Mi sfilai da quella mischia eludendo la sorveglianza di mia madre e decisi di andare fuori a vedere una buona volta cosa diavolo stesse succedendo. Le porte a vetri erano rimaste spalancate e fuori si vedevano i fiori del giardino sotto il sole. Mi avviai decisamente verso l’uscita. Stavo quasi all’altezza della porta quando vidi il lucernario letteralmente esplodere sulla mia testa in mille microscopici frammenti e qualcosa mi sbattè a terra spingendomi sul petto, mentre parte dei vetri mi cadeva addosso, in un rumore che ho ancora nelle orecchie. Ma erano tutti pezzi piccolissimi e non mi fecero nulla. Mentre cadevo mi pare di aver dato un urlo al di sopra delle mie possibilità, tant’è che neanche ero arrivato per terra che qualcuno mi prese per la collottola trascinandomi di peso all’interno.

Ce ne volle per convincere mia madre che stavo benissimo e non mi era successo proprio niente. Dopo qualche tempo si uscì tutti dallo stanzone in direzione del cancello esterno. Sentii mio padre che diceva: “Occorre prenderlo in braccio, se no non ci passa…”. Mia madre volle prendermi in braccio lei. Quando arrivammo vicino al cancello, che era socchiuso, nonostante gli sforzi di mia madre per tenermi accucciato, alzai la testa e vidi proprio davanti al cancello una pozza di sangue estesa per quasi tutta la sua larghezza. Mia madre fece un salto per attraversarla senza caderci dentro. Al centro della piazza, sull’aiuola lungo la linea del tram c’erano sparpagliati come dei piccoli sacchetti grigi, immobili. Mia madre chiese con voce rotta ed emozionata: “e quelli… che sono?”, “poveretti, stavano scappando dopo essere scesi dal tram…”

Dopo quella volta non sentii più parlare di “allarme” né ci fu bisogno di riandare per grotte. Anzi mio zio, che in quel periodo abitava con noi, comprò una grossa radio di legno lucido con una fantasmagorica finestra di vetro tutta colorata ed illuminata, che spesso di mattina veniva accesa per sentire le canzoni. Mi ricordo che una mattina una voce seria seria interruppe la musica e cominciò a dire che “il re imperatore…” aveva deciso certe cose e concludeva parlando di “attacchi da qualunque parte provengano”. Il testo completo però l’ho potuto riascoltare e ricucire (oltre che capire) soltanto parecchi anni dopo, quando ormai la radio la potevo anche “muovere”, oltre che ascoltare.

Quella grossa scatola parlante era per me un mistero inesplicabile ed affascinante, mentre vedevo che tutti i grandi la usavano con disinvoltura e senza porsi alcun problema. Io invece elaboravo le teorie più fantasiose per darmi ragione di quello che per me era un miracolo. Alla fine decisi che dentro ci doveva essere per forza qualcuno. Mi convinsi che, dietro il telo lucido e lavorato da cui provenivano le voci ci fosse una specie di piccola balconata sulla quale erano affacciati una serie di omini e di donnine che parlavano e suonavano, secondo necessità. Il guaio è che non avevo alcuna prova. Pensai allora che, se fossi riuscito ad ucciderli tutti, la radio non avrebbe più parlato ed io avrei avuto la mia bella prova. Mi procurai un grosso ago da cucito e provai ad infilarlo a fondo nella tela. La soddisfazione fu grande nello scoprire che l’ago entrava quasi tutto e, verso il fondo, perforava qualcosa di morbido: avevo sicuramente centrato uno degli omini! Tutto imbaldanzito, continuai per giorni ad uccidere omini (ovviamente in grandissimo segreto). Dopo alcuni giorni, sentendo che le voci erano quasi le stesse di prima, anzi, proprio uguali, conclusi che gli omini erano troppi e che non sarei mai riuscito ad ucciderli tutti e che dovevo rassegnarmi.

Circa vent’anni dopo, con qualche teoria e qualche competenza in più, smontando il vecchio apparecchio “Geloso” (con valvole grosse come bottigliette di aranciata) per dargli una ripulita e sostituire un grosso condensatore elettrolitico nel circuito di alimentazione, per evitare un fastidioso ronzio a bassa frequenza, trovai il cono di cartone dell’altoparlante tutto sforacchiato, e mi ricordai con nostalgia degli omini che conteneva, e che, nel frattempo, erano tutti morti di vecchiaia.

All’età di quasi quattro anni fui iscritto al corso pre-scolastico delle “suore tedesche”. Decisi fin dai primi giorni che mentre la casa della fatina era bella e calda, l’asilo era bello e freddo. In più le suore parlavano tra di loro una lingua strana e spesso anche con noi. La parola che ricordo meglio è “schnell!“ (presto!). Ci veniva ripetuta in continuazione e quando non sedevamo nei nostri banchetti in miniatura, puliti come un bicchiere di vetro, praticamente andavamo sempre di corsa.

Fatta salva una mezz’ ora per la ricreazione in giardino, tutto il resto era duro lavoro. Furono loro, per prime, a sviluppare in me un interesse profondo per la tecnologia. Erano attrezzatissime: possedevano una serie infinita di scatole di legno con dentro ciascuna una diversa serie di legnetti colorati componibili, con i quali era possibile costruire quasi di tutto. Ma il vero pezzo forte era la “lanterna magica”, di fabbricazione tedesca. Era uno scatolotto nero di latta con davanti una specie di cannone rotondo che sparava sul muro bianco tutte le favole conosciute: Pollicino, Pinocchio, Biancaneve, Cenerentola e molte altre che adesso non ricordo, più quelle di certi bambini (“Franz”, “Sigfrid”, “Hans”, ed altri) che, quando erano buoni venivano premiati e quando erano cattivi venivano puniti, in modi che, veramente, a me sembravano un po’ eccessivi. La cosa veramente meravigliosa, dovuta all’avanzatissimo livello tecnologico gia da allora posseduto dalle suore tedesche, era che tutte le storie erano, sempre, “a colori”. La lanterna magica era per le suore una vera arma strategica, usata per ricattarci nei momenti di incipiente turbolenza: “Se foi non state puoni, toomani niende landeeerna”..e, di colpo, tutti fermi e zitti. Poi, in effetti, la lanterna arrivava lo stesso.

Però, se c’era aria di punizione, niente storielle, ma soltanto la tronfia gallina, con le “g” maiuscola e minuscola da una parte, oppure la casa con la “c” e il bambino con la “b”.

Tant’è che dopo qualche mese avevo già imparato a leggere per conto mio, ed all’alba del quarto compleanno riuscii a smascherare mio padre che aveva scritto con un matitone verde un “messaggio della befana” su certa carta gialla della pasta appendendolo alla cappa della cucina insieme ad un sacchetto di carbone: quando lo prese per leggermelo rimase di stucco scoprendo che me lo ero già letto in privato e che avevo in mano, quale evidente prova del falso, il matitone verde con cui “lui” lo aveva scritto.

Il momento più bello di questa abbastanza gravosa frequenza pre-scolastica veniva però a metà mattinata, quando venivamo condotti in giardino per la ricreazione, ciascuno dotato del proprio cestino d’ordinanza. Il mio era di vimini, con due robuste chiusure ad incastro. Conteneva invariabilmente un panino ed una grossa mela sbucciata, avvolta in un tovaglioletto bianco coi bordi sfrangiati. La mela era sbucciata per una serie di motivi concomitanti addotti da mia madre. La buccia avrebbe potuto contenere microbi, per essere passata in tante mani, oppure residui di concimazione, qualora non si fosse riusciti a lavarla proprio bene, eppoi sicuramente era di difficile digeribilità per lo stomaco di un bambino. Per una misteriosa forma di transumanza degli elementi, ogni volta trovavo la mela istoriata da innumerevoli pezzetti di crosta di pane, evidentemente provenienti dal panino, pur essendo le due derrate scrupolosamente avvolte in due diversi tovaglioli. Ebbene, mordere quella mela così incrostata, con un’appetito già allora niente male, sotto una selva di eucalipti odoriferi ed ombrosi, resta il piacere principale che abbia mai provato nella vita.

Ma un infausto giorno di primavera, purtuttavia odoroso di glicini e di eucalipti, verso la fine delle lezioni in classe, mi prese un mal di pancia offuscante. Alzai un dito, mi alzai in piedi e dissi: “madre, mi fa tanto male la pancia e dovrei andare subito al gabinetto…” (a quei tempi, Duce ancora vivente, il “bagno” era ancora virilmente chiamato gabinetto). “Noon zi può! Tefi aspetare la fine tella lezioone…” Mi abbattei sudato e disperato sul banchetto, e fu quello che fu. L’odore che scaturì dalla seggiolina era decisamente all’altezza del dramma intestino che avevo vissuto. Quando (presto) raggiunse la cattedra vidi l’istruttrice trasalire e fiammeggiare a un tempo. Essa tacque, non venne da me ma corse direttamente fuori della stanza a chiedere rinforzi. Tornando, in due e senza dire niente, mi presero ciascuna sotto un braccio, sollevandomi di peso dal banco e, continuando a trasportarmi in quella positura, mi depositarono dentro una grossa vasca da bagno, ove venni cautamente denudato e completamente lavato, ovviamente in acqua fredda.

Durante il trasporto, a mezzo corridoio, finalmente le suore avevano cominciato a parlare tra di loro, in tedesco. Qualcuno sciacquò i miei panni, presumo nel lavatoio in giardino. Una delle suore tornò alla mia vasca con una piletta di indumenti puliti che cominciò ad appoggiarmi addosso per scegliere quelli più a misura. Io mi sentivo perfettamente a mio agio, senza alcun imbarazzo e nel mio pieno diritto, avendo correttamente notificato, ed in tempo utile, la situazione di emergenza in cui ero venuto a trovarmi. Saltò subito fuori una simpatica maglietta bianca di cotone a giro collo e maniche corte, mentre non si riusciva a trovare delle braghette adeguate alla mia robusta ossatura, fatto salvo un paio di calzoncini rossi con bretelle, che forse si potevano avvicinare. Optarono per quelli e cominciarono ad infilarmeli. Appena superato il ginocchio si capiva a vista che non avrebbero potuto salire di più.

Ne scaturì una animata discussione, in tedesco, piena di “ja” da una parte e di “nein” dall’altra. Vinse “ja” e le braghette salirono, in qualche modo, a quattro mani, quasi fino alla cintola. Respiravo a fatica e le cosce esplodevano dalla stoffa come pomodori maturi.

Era una stoffa di mostruosa resistenza, cucita con canapino tedesco di prima qualità. Ma il peggio doveva ancora venire: infatti le bretelle mi penzolavano ancora dietro la schiena, inutilizzate. La suora “ja” le raccolse, le incrociò dietro le spalle, gliele fece scavalcare e provò ad agganciarle su due grossi bottoni bianchi cuciti alla cintola: mancavano tre dita di persona grande. Allora le disincrociò, mettendole per dritto. In questo modo mancava solo un dito, si e no. Vidi una cauta soddisfazione dipingersi sul suo volto, ancora affannato per la precedente operazione di insaccamento. Tirò quanto sembrava naturale per agganciare la prima bretella, ma la distanza tra l’asola della bretella ed il bottone rimase invariata, né si modificò sensibilmente aumentando la trazione. A quel punto il colloquio in tedesco si fece molto vivace ed intuii che la suora “nein” stava cercando di sostenere la tesi che, anche senza allacciare le bretelle, i calzoni non sarebbero certamente caduti. La suora “ja” rispose risentita che era una questione estetica e di decoro e che se erano entrati i calzoni, dovevano pur agganciarsi le bretelle. Per cui pretese l’aiuto necessario per completare l’operazione. Allora una prese con tutt’e due le mani la stoffa ai lati del bottone, sollevando verso l’alto, mentre l’altra con tutt’e due le mani spingeva l’apice della bretella verso il basso. Io non potevo fare niente. Cioè, capii che dovevo favorire in tutti i modi l’operazione, e allora cercai di “rincalcarmi” al massimo piegando un pò la schiena e deprimendo al massimo le spalle, fino a che finalmente si sentì lo schiocco del bottone nell’asola. Fatto il primo il secondo andò come l’acqua. Sentivo un dolore fortissimo sulle spalle ed all’inguine ed, estratto dalla vasca, scoprii di stare a testa bassa e di non riuscire a camminare. Respiravo per quello che ritenevo il minimo indispensabile. Le suorine decisero che, in quelle condizioni, avrebbero dovuto accompagnarmi a casa in due, e così fecero.

Ripensando, parecchi anni dopo, a quella traversata, scoprii che la Provvidenza esiste davvero, perché malgrado tutto sono riuscito a sopravvivere e addirittura a procreare normalmente. Quando mia madre aprì la porta di casa e mi vide stralunò gli occhi al cielo, sollevò al mento le mani intrecciate ed urlò : “Figlio mio !!”. Continuo a pensare che se fossi morto a cinque anni non avrei avuto comunque molto altro da imparare dalla vita.

Nota. I fatti raccontati sono tutti realmente accaduti; vivo ancora nella stessa casa di Roma e passo spesso davanti agli edifici descritti che si trovano tra Via Carlo Fea e Piazza Galeno.