L’ospite delle nostre istituzioni

Berlusconi non ama la Costituzione né l’unità d’Italia: le abita col distaccato fastidio di chi arriva da altrove e altrove vuole tornare

Oggi molti di noi saranno presenti in tutte le piazze italiane, assieme agli amici di Articolo 21 e delle altre associazioni che hanno organizzato questa mobilitazione di memoria e di testimonianza a difesa della nostra Costituzione. E già questo dev’essere un punto di preoccupazione. In ogni democrazia la carta costituzionale non va difesa né brandita contro gli abusi dei poteri: va applicata e basta.

Non qui, non in Italia. Dove la spallata alle istituzioni repubblicane passa attraverso  il lento, ottuso logoramento dei principi e delle ricchezze contenute in quella carta.

Quando  Berlusconi inveisce contro la scuola pubblica colpevole, a suo dire, di sottrarre i nostri figli alla cauta educazione delle famiglie e a pensieri pigri, confessionali, prudenti, il capo del governo non aggredisce solo la sostanza profonda dell’istruzione (che per produrre buon sapere, pensiero critico, società adulte dev’essere anzitutto libera).

L’obiettivo è la Costituzione, cioè l’idea stessa di nazione, considerata da quell’uomo e dai suoi  suggeritori una scomoda archeologia politica, un ginepraio di lacci e lacciuoli che impediscono la modernizzazione della politica e la riduzione della società a un mercato dove tutto deve avere un prezzo: il sapere, i pensieri, la giustizia, la dignità, la memoria.

In quella battuta sgrammaticata del premier non è solo l’articolo 33 ad essere messo in mora, non solo la libertà della scienza e del suo insegnamento: è l’idea stessa che una legge possa prescrivere doveri, affermare responsabilità, garantire diritti. E nella riforma epocale sulla giustizia (i Pm sull’attenti davanti all’esecutivo, l’azione penale passata al setaccio degli alti e improrogabili impegni del regno e dei suoi cortigiani, la polizia giudiziaria affidata alle cure dei ministri) non è messo in discussione solo il principio irrinunciabile che la legge è uguale per tutti ma l’idea stessa che occorra davvero una giustizia, un giudice, un corpus di leggi invece di rassegnarsi alla saggezza del principe, alla sua mano clemente o furibonda che cala sulla testa e la vita dei sudditi.

Oggi si scende in piazza brandendo la Costituzione non perché ne siano insidiati due, tre o trenta articoli ma perché in questa nuova era sociale è la Costituzione stessa che non serve più. E in questo, perfino i posizionamenti a destra o a sinistra sfumano: c’è in ballo un sentire, meglio, un dissentire molto più profondo che riguarda l’animo con cui Silvio Berlusconi occupa il posto che gli è stato assegnato. Di sé, il generale De Gaulle  l’aveva spiegato con un epitaffio efficace politico: io non sono né di destra né di sinistra, io sono più in alto. Ecco, se scegliesse la verità su di sé,  questo potrebbe dire il cavaliere: né di destra né di sinistra, lui è in basso, al di sotto di ogni soglia, di ogni decenza istituzionale, di ogni passione  politica.

Il capo del governo non ama l’unità d’Italia né la costituzione repubblicana perché si sente ospite di queste istituzioni. Le abita con la curiosità e il distaccato fastidio del forestiero che arriva da altrove e altrove vuole tornare. E’ una posizione scomoda perché lo porta a fingere  sempre: fingere emozione e patriottismo per gli alpini morti in Afghanistan, fingere indignazione e determinazione per i civili ammazzati dalle  mafie, fingere pena per i giovani precari condannati a sopravvivere un palmo al di sotto della linea di galleggiamento, fingere stupore per le povere  ossa del paese che franano a Pompei e altrove. Chi non abita, chi non si sente a casa propria, per buona educazione è costretto a fingere. Solo che a questo signore una buona parte di italiani ha affidato l’onere e la responsabilità di governare il paese, di riempirne le stanze di passioni, idee,  promesse, attenzioni, futuro.

E’ questa la contraddizione senza soluzione, è qui il vero conflitto d’interesse: non tra i soldi del Berlusca e i suoi impegni pubblici, fra le sue televisioni e i suoi voti. Il conflitto sta tra i suoi doveri (i doveri verso il paese) e l’animo suo profondo: che dell’Italia, di questa Italia, se ne fotte. Basteranno le piazze di oggi? Le parole, gli abbracci, gli slanci? La costituzione alzata al cielo?  Basterà tutto questo?  No.  non basterà. Ma servirà a riempire almeno del frastuono dei nostri pensieri la vita dell’Inquilino, di colui che è rimasto forestiero e da forestiero vorrebbe trasformare gli italiani in cortigiani e l’intero paese nel salotto buono delle sue senilità.

Claudio Fava dall’Unità del 12 marzo 2011