Fate guerra alla paura

È venuto il momento di togliere gli occhi di dosso da Berlusconi e volgere lo sguardo agli italiani. Ho cercato di dirlo nei giorni scorsi in tv con alterna fortuna: la tv, del resto, è la vera scena del delitto.  È il corpo del reato, è lei stessa la pistola fumante. Volendo parlare e non partecipare al crimine bisogna farlo altrove. Lo faccio qui, di nuovo, dunque: da molti giorni – da mesi, in varie declinazioni – scrivo che il problema dell’Italia da tempo non è più solo Silvio Berlusconi. Il problema dell’Italia sono gli italiani incapaci di comprendere la realtà e di reagire, gli italiani che gli consentono di rappresentarli. Non sarà un processo, non sarà un vizio per quanto efferato a condannarlo. Sarà la rivolta di chi si riprende la delega scrivendoci dentro basta così: dei suoi elettori, dunque, soprattutto. Delle persone per bene capaci di esercitare la ragione che stanno a destra come a sinistra e al centro. Di quei padri – tra i suoi elettori – che non fanno prostituire le figlie perchè portino a casa i soldi. Di quelle donne, fra le sue elettrici, che pur potendo andare a letto con il professore per passare l’esame e col capufficio per fare carriera non l’hanno fatto né lo farebbero. Non perché non possono, perché non sono state scelte: perché non vogliono. Chissà se è ancora possibile o se è già troppo tardi.  Ho visto giorni fa il bellissimo spettacolo di Fabrizio Gifuni su Pasolini. Difficile che arrivi mai in tv. La descrizione del “genocidio culturale” commesso dalla dittatura televisiva e del “mutamento antropologico” che produce sono di precisione millimetrica. È questo il crimine, perfettamente premeditato e congegnato: vent’anni di ipnosi collettiva.  Da Drive In a Kalispera passando per anni di milioni di giovani “provinati” in tutta Italia per le Isole e le Case, per diventare Amici o infermierine. Chi ha vent’anni è nato lì dentro. Non è in questione, oggi, la prostituzione consapevole: ciascuno è libero di fare di sé ciò che vuole. Il problema è chi la induce e l’ha indotta in anni di casting ad uso pubblico e privato, di chi la sfrutta la rivendica ergendola a modello di condotta di successo.  Abbiamo raccolto quasi trentamila firme in due giorni chiamando all’appello le donne al di là della parte politica. È successa una cosa emblematica, il primo giorno: molte donne celebri lo hanno sottoscritto e hanno richiamato qualche ora dopo, quando i loro nomi erano in rete, per chiedere di essere tolte. Scusandosi, spiegando che non potevano, che chi fa un “lavoro molto esposto” non può firmare, rischia, viene dissuaso. Abbiamo compreso, abbiamo tolto i loro nomi che pure restano nero su bianco nelle adesioni della prima ora.  Certo: chi lavora a Mediaset – è solo un esempio, c’è ben altro – non può firmare un appello libero. L’Italia non è Mediaset però. La paura, l’intimidazione si combattono solo riprendendo in mano la propria libertà. Con dignità e orgoglio, un altro modo non esiste. A destra, a sinistra, al centro.

Concita de Gregorio da l’Unità del 22 gennaio 2011