Disegno eversivo

Salutiamo con sollievo la decisione di Silvio Berlusconi di far causa allo Stato italiano. Certo, è molto probabile che l’annuncio di ieri vada a infoltire la lunghissima serie delle promesse non mantenute, ma il solo fatto che il presidente del Consiglio abbia manifestato il proposito di agire in giudizio contro il suo Paese va considerato un importante passo in avanti verso la chiarezza. Sono ormai diciassette anni che Berlusconi agisce contro l’Italia in modo senza dubbio efficace ma anche un po’ caotico. A tutto campo, verrebbe da dire: ne ha infangato le istituzioni facendo eleggere al Parlamento inquisiti per mafia, ne ha ridicolizzato l’immagine nel mondo prima coi suoi «scherzi» ai vertici internazionali e poi col pubblico scandalo della sua incontrollabile satiriasi, ne ha danneggiato le casse pubbliche giustificando gli evasori fiscali e ne ha offeso la memoria ironizzando sulle vittime del fascismo. Ne ha sistematicamente oltraggiato l’intelligenza con bugie colossali – dalla «ricostruzione» dell’Aquila alla risoluzione del problema dei rifiuti a Napoli – e anche il paesaggio non solo con i suoi «piani casa» ma anche con le sue case private, come l’osceno maniero che ha edificato in Sardegna. Ne ha corrotto l’anima non solo assecondando ma addirittura trasformando in «valori» gli storici vizi dai quali a fatica, e molto lentamente, tentava di liberarsi. Ecco, giunto a un passo dal completare l’opera di distruzione del suo Paese, ma anche a un passo dalla possibilità di essere  espulso per indegnità dalla vita politica, giunto insomma a questo cruciale bivio il premier ha deciso di adire le vie legali: porterà l’Italia in tribunale per chiederle conto dei suoi giudici sovversivi che in tribunale vogliono portare lui. Quei moralisti che considerano reati le relazioni sessuali a pagamento tra adulti e minorenni. Contemporaneamente (stando almeno agli incredibili annunci giunti ieri sera dal vertice del Pdl) i suoi dipendenti politici denunceranno i giudici per lesa maestà. Sarà il processo del secolo. Anche perché ci sono buone probabilità che l’Italia, così autorevolmente chiamata in giudizio, decida di promuovere un’azione riconvenzionale chiedendo che sia Silvio Berlusconi a pagare. Com’è noto i mezzi non gli mancano, ma dubitiamo che siamo sufficienti a risarcire l’immenso danno che ha prodotto. Un altro po’ anche ieri. La cosiddetta «scossa» economica impapocchiata lì per lì nel tentativo di distrarre l’opinione pubblica e recuperare un po’ di consenso (perché il consenso del Caimano cala, checché ne dicano i suoi sondaggisti e i suoi maggiordomi) purtroppo non è «a costo zero». Cioè: lo è per quanto riguarda le risorse pubbliche disponibili (che sono zero, appunto) ma non lo è per il Paese. Perché tra le armi di distrazione (e distruzione) messe in campo c’è ora anche l’annuncio della modifica di tre norme della Costituzione. Il Caimano affonda i denti nella carne viva delle istituzioni per salvare se stesso. Staremo a vedere fino a che punto si spingeranno l’irresponsabilità e l’ambizione personale di quanti lo assecondano nel disegno eversivo.

Di Giovanni Maria Bellu su l’Unità del 10 febbraio 2011