Mandi qualcuno a riprendersi i regali

Nel 1920 Giuseppe Di Vittorio, poi diventato segretario della Cgil, scrisse questa lettera a un collaboratore del conte Pavoncelli di Cerignola che gli aveva inviato dei regali per Natale.

Egregio Sig. Preziuso, in mia assenza la mia signora ha ricevuto quel po’ di ben di Dio che mi ha mandato. Io apprezzo al sommo grado la gentilezza del pensiero del suo Principale ed il nobile sentimento di disinteressata e superiore cortesia cui si è certamente ispirato. Ma io sono un uomo politico attivo, un militante. E si sa che la politica ha delle esigenze crudeli, talvolta brutali anche perché – in gran parte – è fatta  di esagerazioni e di insinuazioni, specialmente in un ambiente – come il nostro – ghiotto di pettegolezzi più o meno piccanti.

Io, Lei ed il Principale, siamo convinti  della nostra personale onestà ma per la mia situazione politica non basta l’intima coscienza della propria onestà. È necessaria – e Lei lo intende – anche l’onestà esteriore.

Se sul nulla si sono ricamati pettegolezzi repugnanti ad ogni coscienza di galantuomo, su d’una cortesia – sia pure nobilissima come quella in parola – si ricamerebbe chi sa che cosa. Si che io, a preventiva tutela della mia dignità politica e del buon nome di Giuseppe Pavoncelli, che stimo moltissimo come galantuomo, come studioso e come laborioso, sono costretto a non accettare il regalo, il cui solo pensiero mi è di pieno gradimento. Vorrei spiegarmi più lungamente per dimostrarle e convincerla che la mia non è, non vuol essere, superbia ma credo di essere stato già chiaro. Il resto s’intuisce. Perciò La prego di mandare qualcuno, possibilmente la stessa persona, a ritirare gli oggetti portati. Ringrazio di cuore Lei ed il Principale e distintamente per gli auguri alla mia signora.

Il mezzogiorno è povero ma c’è, il governo invece non c’è

 di Eugenio Scalfari
Ci sono molti problemi in ballo in Italia, in Europa e nel mondo intero.

In particolare nel Mezzogiorno, nelle sue costiere e nelle sue isole. Ne abbiamo già parlato molte volte, ma da tempo è caduta su quel tema una coltre di silenzio, forse perché era stato in prima fila da quando il Regno d’Italia nacque nel 1861 e portò insieme ai fausti eventi che sempre accompagnano l’unità di una Nazione, anche un evento funesto che prese il nome di questione meridionale e causò addirittura una guerra che insanguinò tutte le regioni meridionali.

Fu detta guerra del brigantaggio e coinvolse l’Abruzzo, le Puglie, la Campania, la Basilicata, la Sicilia, la Sardegna: mezza Italia, dove le truppe italiane furono dislocate e dovettero fronteggiare non solo bande di briganti dedite al saccheggio, alla rapina, al sequestro di persona, agli omicidi contro i traditori ed anche contro i pochi che predicavano pace e misericordia. Ma anche i politici locali che stavano con un piede nella politica locale e nazionale e con l’altro negli interessi dei rivoltosi che non erano soltanto briganti ma anche borbonici, clericali e assai più spesso capi-bastone che guidavano clientele di latifondisti ed avevano il potere del potere locale.

Gaetano Salvemini, anni dopo quando la guerra vera e propria era terminata ma gli eminenti locali e le organizzazioni mafiose erano in pieno rigoglio, li chiamò “ascari di Giolitti” che era allora il capo della politica italiana. In parte sbagliò ed in parte aveva ragione, Salvemini.

Erano più di ascari, in gran parte delle campagne erano i capi delle clientele pronti a votare per il leader nazionale. Purché gli avesse lasciato campo libero per il loro potere locale. Questo ricatto ebbe luogo fino al 1910 quando questi capi appoggiarono le pretese dell’Italia verso la sua prima colonia mediterranea in Libia. Poi il ricatto diminui o addirittura scomparve perché Giolitti aveva trovato l’appoggio dei cattolici di Gentiloni e la simpatia dei socialisti riformisti di Turati, di Anna Kuliseva, di Treves e di Bissolati. Ma il dibattito sulla questione meridionale continuò, anzi prese un tono molto più ampio di studi, di cultura, di misure economiche e speciali portate avanti da Giustino Fortunato, Sacchetti, Spaventa, Croce e molti altri a cominciare da Giovanni Amendola, Matilde Serao, Adolfo Omodeo, Piero Gobetti, Antonio Gramsci, Di Vittorio, Pasquale Saraceno, Francesco Compagna e Danilo Dolci.

Ma negli ultimi trent’anni -con rare eccezioni- è calato il silenzio.

Al suo posto è nata la questione settentrionale la quale   al suo primo  sorgere fu giudicata dal ceto colto italiano come un’uscita politica demagogica, priva di qualunque significato. Invece non era cosi, anche se fu presto determinata dall’uso politico che ne fu fatto dalla Lega di  Bossi ma divenne anche uno strumento nelle mani di Berlusconi che era nato alla politica con idee molto prossime a quelle leghiste. La questione settentrionale, quella seria, ha colto la povertà   strutturale di alcune regioni padane tra le quali predominava  allora il Veneto. Ma colse anche quel fenomeno -molto positivo da un lato e molto negativo dall’altro- che fu la piccola e piccolissima industria che ebbe grande espansione dagli anni Settanta e si impiantò in un gruppo di regioni estremamente importanti nella geopolitica italiana (il Veneto, la Lombardia centrosettentrionale fino alla foce del Po) e compose  quella specie di triangolo industriale che fu il nord da Treviso  al sud di Ferrara sconfinando poi con Ancona e Pescara. Una  cometa la cui stella era allora il triangolo industriale Torino  Genova Milano e la coda si allargava da Treviso fino ad Urbino   e Pesaro, saldati poi nel bene e nel male con ia Puglia di Foggia   ed infine, attraverso il Salento, col profondo Sud.

La questione settentrionale è costituita dal fiorire della piccola e piccolissima impresa, quella che nasce dall’espansione delle grandi imprese del nord, la Fiat, la Montecatini, l’Ansaldo, i Falck, l’elettricità della Edison, i cantieri e la chimica di Marghera. La grande impresa generò, insieme ad un grande sistema bancario, un importante “indotto” che creò le piccole e le piccolissime imprese dai 15 ai 5 operai, esentato proprio per le sue dimensioni dall’articolo 18 dello statuto sindacale, e incoraggiato continuamente ad accrescere fino a 30 o 40 dipendenti, che quasi mai però avviò questo percorso. In tempi duri di congiuntura negativa e di crisi, è stata la piccola impresa al centro di una crisi congiunturale e strutturale fatta propria, come non è accaduto in altre parti del Paese, dalla politica che l’ha trasformata in una vera questione nazionale.

Le due questioni contrapposte denunciano l’esistenza da secoli di un Paese duale. Duale in tutto, nella sua storia, la sua economia, la sua cultura, la sua politica e perfino la sua etnia. Non è il solo in Europa e nel mondo, ma è stato quello che più ne ha risentito.

Ho letto sul Corriere dello Sera del 21 dicembre scorso un articolo di Ernesto Galli della Loggia, intitolato , “Il”Mezzogiorno datato”. Cito una frase di quell’articolo che traccia un crudele ma importante racconto: «Mi chiedo se al nostro presidente del Consiglio è mai capitato di trascorrere più di una notte in qualche città dell’Italia meridionale, se conosce appena  un poco quella parte del Paese, se ha mai visto il terrificante panorama di Catanzaro o il centro antico di Palermo, se ha mai dato un’occhiata all’ininterrotta conurbazione napoletana che si stende da Pozzuoli a Castellammare. O magari per avere un esempio, ha provato a farsi fare una tac in un ospedale calabrese. L’addio al Mezzogiorno, prima che culturale è stato ideologico e politrco».

La citazione è lunga ma assai pertinente. Della Loggia lavorò un tempo anche  su questo giornale ma i problemi del Paese per fortuna continua a vederli nella giusta luce e ad affrontarli con la “verve” che è propria del suo giornalismo.

Forse ricorderà che nel 1963 l’Espresso effettuò un’inchiesta in varie puntate, affidata ai nostri più egregi redattori e collaboratori, con un titolo portante che diceva: “L’Africa in casa”. Fu molto seguita a quell’epoca (oltre mezzo secolo fa). Descriveva la miseria del cibo. La presenza in tutto le case di topi, pidocchi e scarafaggi, le morti molto numerose di neonati e di bambini e infine la fame, fino  agli ultimi giorni dell’esistenza. Fece molto chiasso quell’inchiesta e determinò anche qualche svolta politica, i cui prodotti furono non a caso chiamate cattedrali nel deserto e recarono semmai qualche  beneficio all’economia del Nord: profitti alle banche e alle imprese, depositi bancari che affluivano agli istituti settentrionali, anche se il benessere del Sud non si spostò e le sue classi non si integrarono.

Le cattedrali le costruiva lo Stato e quindi i fedeli (lavoratori) non avevano alcun dono ma i benefici del buon Dio andavano semmai riservati al Nord e/o alle già robuste organizzazioni mafiose. Se paragoniamo il reddito del Sud di oggi a quello di allora esso è certamente molto aumentato; ma se lo confrontiamo con quello del Nord il dislivello è enermemente aumentato. La questione meridionale non ha dunque fatto un solo passo avanti in tema di dualismo, cioè di diseguaglianza non solo tra i ceti ma  tra le regioni.

Gli ascari e gli emiri ci sono  sempre, anzi sono cresciuti di numero; le organizzazioni mafiose hanno ancora al Sud il comando strategico, ma il grosso degli affiliati e dei loro  comandanti in loco ormai si sono spostati a Torino, a Milano, in Emilia, in Veneto, ad Amburgo e a Marsiglia, e nel frattempo hanno intrecciato contatti di solidarietà con le mafie della Bolivia, degli Usa, del Kosovo, del Montenegro e infine della Turchia, della Russia e del Giappone. Questa esportazione é dunque ormai mondiale, il Mezzogiorno italiano ne è una delle centrali principali. L’Italia in cento anni ha guadagnato in termini di profitto e di benessere ma il Mezzogiorno ha perduto in denaro e in prestigio. È una terra nella quale vegetano milioni di persone perbene ma sono come anime morte: il potere ce l’hanno i truffatori e i capi delle clientele.

La deputata del Pd, Stefania Covello, incaricata di occuparsi del settore Sud per conto del partito, sull’Unità del 22 scorso ha risposto all’articolo del della Loggia, mettendo un titolo alquanto strano:  un governo e il sud che c’è”. Singolare. Sarebbe stato molto più pertinente titolarlo cosi: “il governo che c’è e il Sud che non c’è”.

Per il Mezzogiorno qualcosa sarà fatto, ma il renzismo governa da tre anni e finora non si era neppure accorto di quell’Italia che comincia a Frosinone e continua a Pescara, a Taranto, a Cassino, a Gaeta, a Lampedusa, ad Agrigento, a Trapani, a Reggio Calabria, a Cagliari, a Sassari, all’Asinara e a Porto Empedocle. Adesso finalmente hanno capito che c’è, anzi finora l’Italia è stata soltanto quella che precede Bologna.

Governeranno fino al 2028, dunque un piano lo faranno e gli daranno anche inizio. Direi quindi che gli anni disponibili alla realizzazione degli obiettivi saranno quindici. Di solito però i loro annunci tardano tre anni prima di attuarsi, anche perché adesso sono in tutt’altre faccende affaccendati.

È lecito dunque aspettarsi che l’annuncio inizierà la sua esecuzione nell’anno 2017. Undici anni per attuarlo, sperando che non sia ripetuto quanto avvenne tra Salerno e Reggio Calabria, progettata trent’anni fa e ancora in corso d’esser completata.

Per risolvere la questione meridionale non ce la fece la destra di Ricasoli né la sinistra di Depretis, né Giolitti, né Mussolini, né Craxi.

Di Berlusconi non ne parliamo. Ce la faranno Covello e Delrio?

Speriamo. Renzi comunque ha ben altro di cui occuparsi. Lasciamolo tranquillo e, forse, avremo meno guai.

da “Repubblica” del 27 dicembre 2015

Serve un pensiero

di Alfredo Reichlin

Pongo a me stesso e a voi una questione che considero cruciale.

Quale messaggio dovremmo mandare a questo Paese frastornato, impaurito, privo del senso di dove sta andando, assalito da problemi enormi che investono ormai direttamente la vita quotidiana: le grandi migrazioni, il fantasma della povertà, perfino le minacce di nuove guerre.

Che senso ha organizzare una corrente se non parto da qui?

E poi una corrente di che cosa?

Di quale partito, essendo venuta in discussione la natura stessa del PD?

Questo è il “dunque” a cui siamo arrivati. Uscire? Entrare?

Stare con Renzi ma al tempo stesso prendere le distanze da Renzi?

Rispetto le decisioni personali.

Ma questo dibattito mi sembra inconcludente. La necessità che sento è quella di dare una risposta forte e chiara alla domanda vera: se sia venuto meno (oppure no) il bisogno per gli italiani in questo difficile passaggio storico di una grande forza organizzata di popolo, di centro-sinistra.

Dico di centro-sinistra. Insisto su questa espressione perché la intendo non solo e non tanto come uno schieramento parlamentare pur sempre labile ma come l’alleanza più che mai necessaria tra quello che il deposito in parte disperso ma tuttora vivo e grandissimo di spinte solidaristiche, di esperienze umane, di culture democratiche, di lotte e di valori ideali, insomma quel complesso di forze e di culture laiche e cattoliche che hanno fatto la storia italiana e che a prescindere dai tanti errori e dai settarismi, dalle fughe in avanti e dall’anacronismo di vecchie ideologie sono piantate dentro le fibre stesse del Paese (ricordiamoci: non è la destra che ha fatto la Repubblica) e che perciò è un grande errore da parte di Renzi cercare di asfaltare.

Ma l’alleanza dicevo tra tutto questo e la parte migliore della borghesia italiana. Voglio dirlo chiaro. Parlo anche degli imprenditori. Le famose forze produttive. Noi non andiamo da nessuna parte se non affrontiamo questo problema, se non parliamo al tessuto tuttora pulsante di ingegno, di lavoro, di innovazioni, di culture che sta nella parte sana delle imprese italiane. Senza questa alleanza che non è sindacale noi non affrontiamo il nodo europeo da cui tutto dipende. Non siamo nelle condizioni della Grecia ma non illudiamoci. Il ventennale blocco dello sviluppo italiano resta. Le cosiddette riforme non hanno risolto quasi niente. L’austerità l’attacco allo Stato sociale e il suo degrado, il Mezzogiorno, la svalutazione del lavoro e quindi il sacrificio della creatività e dell’ingegno italiano stanno tutti lì, di fronte a noi. Questo è il nodo che sta venendo al pettine.

È un nodo politico prima che economico. Come dimostra la vicenda greca. È un fatto che la piccola Grecia ha costretto l’oligarchia dominante d’Europa a mostrare la faccia e a non nascondersi dietro i tecnici e la burocrazia di Bruxelles. E’ apparso chiaro che il programma greco che non funziona non sono le pensioni troppe generose ma è l’alleanza politica di sinistra sostenuta da una larga base popolare. Perché è questo singolare centro-sinistra di governo che bene o male mette la politica del rigore sotto accusa e pretende la riconquista della sovranità.

Noi stiamo arrivando allo stesso appuntamento. Con quali forze, con quale idea del futuro dell’Italia? Questo è il nostro ‘problema’. Non è Renzi, lo è anche, naturalmente, ma di risulta. È evidente che Matteo Renzi occupa la scena e ciò anche perché ha rivelato dote di leader di slancio e di energia. Ma cosa c’è dietro di lui? lo vedo un vuoto molto pericoloso. Non c’è una cultura politica e una armatura socio-culturale capace di dare unanima agli italiani. Non c’è un sistema politico che garantisca un equilibrio costituzionale. Non c’è un disegno del futuro. Ecco tutto. Quel disegno di cui l’Italia ha un assoluto bisogno. E di cui non è più possibile fare a meno perché non ci sono più alibi. La recessione è finita. Una riprese sia pure debole è avviata ma il paese che esce da questi lunghi anni di crisi non si è stabilizzato. Anzi, è più debole di prima. Ha perso un quarto del suo apparato industriale, più del 10 per cento della sua ricchezza, la distanza fra la grande metropoli europea e cosmopolita qual è Milano e il Ventre di Napoli è diventata abissale. Si vede sempre meno non dico uno Stato unitario ma una cittadinanza uguale. Sono cittadini uguali un giovane di Catanzaro e uno di Mantova? La corruzione e il fatto che la vita civile (non solo economica ma politica) di intere regioni è dominata non dalla legge ma dai poteri di mafie e camorre pesa ormai enormemente su tutto. Tutte le previsioni dicono che se anche una riprese ci sarà il nuovo contesto in cui siamo immersi (salti tecnologici, materie prime, nuove relazioni geopolitiche) è tale per cui il problema della disoccupazione di massa soprattutto delle  nuove generazioni resterà irrisolto. A meno che (questo è il punto) il genio italiano non inventi un nuovo modello di sviluppo per cui nel futuro un nuovo Carlo Cipolla ci possa ancora raccontare come un paese senza risorse naturali può diventare ricco se “inventa le cose belle che piacciono al mondo”.

I problemi sono questi. Non invento nulla. Sono noti. Perché li cito? Perché essi ci dicono una cosa molto semplice: che se vogliamo affrontarli dobbiamo mettere in campo insieme a proteste sacrosante e a voti contro leggi sbagliate un pensiero politico. E che cosè un pensiero politico? Non è un documento programmatico. El’idea semplice e chiara che non si può riformare lItalia senza rimettere in discussione il blocco sociale e di potere dominante che di fatto ci governa.

Riforme e alleanze non sono separabili. Ce lo siamo dimenticati? La sinistra non è l’ennesimo partitino. La sinistra è Gramsci, è l’analisi dell’Italia come blocco storico dentro il quale non ci sono solo i padroni. È l’egemonia. È la politica come lotta ma anche come dialogo. È soprattutto cercare di capire come la politica può incontrarsi con le nuove generazioni europeizzate.

Ritorno cosi al tema iniziale e chiudo. Che cos’è il PD? Serve ancora? Una cosa mi sembra chiara: che lItalia ha bisogno di una forza larga, di popolo, di centro-sinistra nel senso anche di una grande alleanza sociale. Qui sta lo sbaglio drammatico di Matteo Renzi. Glielo dico con amicizia. Dove va con una forza indefinita, un partito personale, trasformista ignorando il fatto che egli non può asfaltarequel grande deposito di valori che le generazioni della sinistra e del laicismo cattolico hanno creato. Perché se tenta di farlo, può solo ottenere che la gente non va più a votare. Né si può giocare con la destra come il gatto col topo e poi scopri che la destra in Italia è forte e ha il volto orrendo delle barbarie. Cerchi di ricordare che non a caso cè stato il fascismo in Italia. E noi pure stiamo attenti a non diventare una setta come tante altre.

È essenziale allargare gli spazi della politica, ridare fiducia e ascoltare il mondo crescente della povertà e della sofferenza. È per questo che bisogna riaprire il dialogo tra tutte le forze democratiche.

dall’Unità del 2 luglio 2015

La versione nera della politica

Fine degli equivoci. Con il blog di ieri contro Maria Novella Oppo, Beppe Grillo ha rivelato, al di là di ogni ragionevole dubbio, che dietro le urla, gli insulti, le iperboli e i paradossi delle sue sceneggiate, non c’è un comico in cerca dell’applauso ma uno squadrista in cerca di consensi. Chi ancora nutriva speranze sulle magnifiche sorti progressive dell’ambigua democrazia di un movimento coinvolto nella Rete ma guidato da un leader assoluto, dovrà a questo punto rassegnarsi.
La politica di Beppe Grillo usa le forme, i modi e i contenuti che questo Paese ha conosciuto nel ventennio più buio, che non è quello di Berlusconi come ci siamo abituati a ripetere con colpevole leggerezza, ma quello di Mussolini e delle camicie nere, delle squadracce coi manganelli e l’olio di ricino.
In questa visione nera della vita e della politica, non ci sono solo i picchiatori, gli uomini forti dal pugno facile: ci sono anche i suggeritori, le spie, i delatori, quelli che il l6 ottobre del ’43 indicavano ai nazisti chi erano e dove abitavano gli ebrei del ghetto di Roma. Perché la frase «segnalate gli articoli dei giornalisti stile Oppo», sotto la foto segnaletica di Maria Novella, è quanto di più fascista abbiamo letto e visto da anni, capace di far impallidire le iniziative di Casa Pound e Forza Nuova annunciate con croci celtìche e caratteri runici.
Non sorprende, allora, che in coda al post di questa delirante iniziativa siano confluiti messaggi di persone disposte a insultare e aggredire una giornalista di cui dimostrano di non aver mai letto nulla. Ma sorprende, e non poco, che un comico di lunga data non sappia o non voglia né accettare né riconoscere la satira di una grande professionista come Maria Novella, da anni punto di forza di un giornale che della satira pungente, contro tutto e tutti, ha sempre fatto un proprio vanto come dimostrano gli indimenticabili «lorsignori» di Fortebraccio per non parlare di Tango e di Cuore, di Staino e Maramotti. Cosa dovremmo fare secondo Grillo e i suoi ispirati segnalatori: tenerci alla larga dai Cinque Stelle? Non parlare di Casaleggio? E prima di fare una vignetta o un corsivo a chi dovremmo rivolgerci: al comico dall’insulto facile? E’ lui che decide le battute che vanno e quelle che da inviare alla pubblica gogna?
Come ha scritto ieri Pietro Spataro sul nostro sito: «Durante i suoi primi novant’anni l’Unità ha sempre dimostrato il coraggio delle sue scelte pagando a caro prezzo questa libertà. Non sarà un Grillo qualsiasi a piegarci». A Maria Novella va la solidarietà di tutti i lavoratori e, non abbiamo dubbio nel dirlo, di tutti i lettori di questo giornale.
Luca Landò sull’Unità del 7 dicembre 2013

Il leader che ama solo l’informazione prona

In questo paese esiste un leader politico che si arroga di organizzare il consenso di otto milioni di italiani senza aver mai ceduto alla tentazione e al rischio di un confronto pubblico, sotto il «fuoco» delle domande dei giornalisti, davanti alle telecamere accanto ad altri leader di formazioni diverse e opposte in grado di indebolire la sua «sacralità». Non ci si pensa mai abbastanza, ma è così: Beppe Grillo si è sempre ben guardato dal giocare le sue carte accettando il rischio di fare brutta figura, di essere sbugiardato, di essere inquadrato, e lo meriterebbe, come l’ennesimo venditore di pentole bucate che si affaccia sul mercato della politica nazionale. Quest’uomo tiene inchiodato un movimento, il suo, che ritiene affare personale, proprietà privata umiliando caporali e semplici militanti, simpatizzanti e votanti. Mentre non deve rispondere mai a nessuno: né all’esterno, dove si esibisce col favore del vento tra i capelli ma sempre e solo in forme da pulpito di fede, né all’interno dove la critica viene emarginata, censurata, espulsa, esposta alla gogna di quel pubblico da ghigliottina sul quale fonda parte del suo potere. E di questa risposta c’è traccia evidente nella storia che lo riguarda. Lui non è mai in discussione, è il padrone assoluto, le sue proposte – spesso ridicole e vanesie – men che meno. Solo in un caso ha accettato di farsi intervistare, sul Fatto Quotidiano, e di quella intervista resta il ricordo indelebile di un contatto informativo degno della vecchia Radio Tirana. Così li vuole i gìornalisti, come ogni dittatorello che si rispetti: proni, disposti a chiedergli se per caso gli piace il pistacchio. Gli altri li vorrebbe muti. Guarda caso, questa «voglia» di incenso si sposta meravigliosamente con lo stato delle cose che ci riguarda, con quel rapporto tra potere e opinione pubblica che colloca il nostro Paese in coda nella graduatoria stilata da osservatori internazionali sulla qualità dell’informazione; è ancora alta l’onda del ventennio berlusconiano, degli ostracismi divenuti atti di governo, delle epurazioni messe in atto per piacere al principe. Grillo cavalca quest’onda il cui imprinting appartiene alla storia della estrema destra italiana. Grillo, con quel suo dazebao contro la compagna Maria Novella Oppo dice di sé che la sua cultura riposa in quel pozzo nero. Lo sapevamo già, senza presunzione. Maria Novella, la conosco bene, non ha bisogno di essere difesa e sinceramente oggi vorremmo essere ancora meno nei panni di Grillo. Sarà un piacere.
Toni Jop sull’Unità del 7 dicembre 2013

Elsa Morante su Mussolini

Triste, per gente della mia età, assistere al ripetersi della storia


“Il capo del Governo si macchiò ripetutamente  durante la sua carriera di delitti che, al cospetto di un popolo onesto, gli avrebbero meritato la condanna, la vergogna e la privazione di ogni autorità di governo. Perché il popolo tollerò e addirittura applaudì questi crimini?

Una parte per insensibilità morale, una parte per astuzia, una parte per interesse e tornaconto personale. La maggioranza si rendeva naturalmente conto delle sue attività criminali, ma preferiva dare il suo voto al forte piuttosto che al giusto.

Purtroppo il popolo italiano, se deve scegliere tra il dovere e il tornaconto, pur conoscendo quale sarebbe il suo  dovere, sceglie sempre il tornaconto.

Così un uomo mediocre, grossolano, di eloquenza volgare ma di facile effetto, è un perfetto esemplare dei suoi contemporanei. Presso un popolo onesto, sarebbe stato tutt’al più il leader di un partito di modesto seguito, un personaggio un po’ ridicolo per le sue maniere, i suoi atteggiamenti, le sue manie di grandezza, offensivo per il buon senso della gente e causa del suo stile enfatico e impudico.

In Italia è diventato il capo del governo.

Ed è difficile trovare un più completo esempio italiano. Ammiratore della forza, venale, corruttibile e corrotto, cattolico senza credere in Dio, presuntuoso, vanitoso, fintamente bonario, buon padre di famiglia ma con numerose amanti, si serve di coloro che disprezza, si circonda di disonesti, di bugiardi, di inetti, di profittatori; mimo abile, e tale da fare effetto su un pubblico volgare, ma, come ogni mimo, senza un proprio carattere, si immagina sempre di essere il personaggio che vuole rappresentare.”

Scritto di Elsa Morante su Mussolini nel 1945

C’era una volta Santoro. Ora é servizio a 5 stelle

Se qualcuno si fosse scandalizzato leggendo le dichiarazioni di Berlusconi, nelle quali paragona se stesso e i suoi figli – in quanto prole di un «condannato» – a ebrei perseguitati e deportati ad Auschwitz, si legga questa chicca comparsa come redazionale su ilgiornale.it, house organ del padrone azzurro. Il testo pubblicato in data 15 settembre è scritto da un anonimo «umorista» a proposito di certi centri benessere:

«Io quando sento la parola benessere mi sento male e, mai e poi mai. sarei andato in una Spa. Ci sono finito convinto da amici perché «così ti rilassi», e mai fidarsi dei consigli degli amici. Ecco perché, essendone uscito vivo, per un moto filantropico ho deciso di scrivere questo memoriale della Spa a cinque stelle in cui sono capitato, che per non fare il nome chiamerò Auschwitz.
In queste Auschwitz legalizzate, appena salite in camera trovate accappatoio e ciabattine infradito, nel mio caso di svariate misure meno della mia.
Ho chiamato subito la reception, niente da fare, la misura è standard. Così mi sono ritrovato in giro per i corridoi con altri deportati indossando l’accappatoio di un nano. Voglio dire: perfino nella vera Auschwitz le tute erano su misura. Arrivato al centro benessere ho avuto un brivido quando sull’accappatoio mi hanno spillato un cartellino con il mio nome, chissà perché non me l’hanno tatuato sul braccio, penso adesso.
( … ).
Ma quello era il meglio, il peggio sono le saune. Gentili signorine sadiche vi informano del programma: sauna con il sale, sauna con le erbe, bagno turco, hammam, tutto un alternarsi di caldo e freddo, freddo e caldo, una tortura mai venuta in mente neppure ai nazisti veri. Vi dicono che fa bene, farà bene a crepare prima, infatti vi fanno firmare un modulo che se ci restate è colpa vostra.
( … ).
Dopo dieci minuti mi sono diretto verso l’uscita, e una signorina mi ha redarguito dicendo che dovevo starci di più, almeno due ore per «vedere gli effetti». Mi stava scappando un vaffanculo muorici tu qui brutta stronza, invece le ho risposto sorridendo «passo direttamente alle camere a gas, grazie», non l’ha capita, e mi sono rifugiato nell’Area Relax
( … ).
Una volta a casa, sano e salvo, ho chiamato il mio psichiatra per farmi raddoppiare la dose di antidepressivi, e ho riletto Se questo è un uomo, trovandolo un romanzo soft, quasi rosa. Se fosse stato in una Spa, Primo Levi non sarebbe sopravvissuto per scrivere il libro».

Ora, questo liquame il cui fiume sotterraneo ed emerso e i rispettivi affluenti circolano liberi e rigogliosi nei tessuti bassi del nostro corpo sociale, non l’ha creato Silvio Berlusconi, ma lui ne è il catalizzatore e, se ci si consente il paradosso, l’«ottimizzatore».
Questo liquame ha fertilizzato già le suburre del Basso Impero, dalla cui corrotta temperie – mi sembra che lo abbia affermato Gore Vidal – l’italica gente non è ancora uscita e, vasta parte di essa, non sembra voler uscire. Berlusconi sguazza in un fango di volgarità sconcia e imbecillità programmata e goduriosa.
La imbraccia per la chiamata alle armi di quei suoi decisivi adoratori fascisti,  fascistazzi, fascistoni, antisemiti «amici» del governo di Israele, neo nazisti in attesa dell’alba dorata che lui non smette di promettere loro.
Questo liquame, è stato l’humus che ha generato il fascismo, quello originario, sempre vivo, sottotraccia, nell’anticomunismo senza comunisti, nell’odio per la Resistenza e per la sua immensa eredità: la Costituzione Repubblicana. Lo stesso liquame, ha fertilizzato quella sottospecie di pseudo fascismo televisivo e tettuto che abbiamo definito berlusconismo. Scandalizzarsi per le dichiarazioni di Berlusconi su se stesso e sugli ebrei o sul buon Mussolini che mandava gli avversari in vacanza e accettare Berlusconi in politica è, nel migliore dei casi, da minchioni.
Il Berlusconi doc è questo qui. Se un governo neo nazista lo tirasse fuori dai suoi guai giudiziari, lui lo sosterrebbe con convinzione e trasformerebbe la sua campagna contro le toghe rosse, in una campagna contro le toghe demo-pluto-giudaiche. Autorevoli esponenti dell’ebraismo istituzionale, dal canto loro, considererebbero veniale il suo sproloquio in considerazione del fatto che lui, contestualmente, si dichiarerebbe amico personale di Netanyahu. Ma Berlusconi non è il solo, né il principale responsabile di questo schifo organizzato, l’insipienza di molte «opposizioni», la loro corriva lassità e la servile complicità dei suoi alleati, sono state paradossalmente peggio.
lo che in fondo non coltivo risentimenti, vorrei consigliare al Silvio nazionale, ora che è diventato molto anziano, di informarsi su un museo della Shoah, mi sembra che si trovi a Chicago, in cui la visita consiste nell’assumere l’identità di un ebreo perseguitato e deportato e nel percorrere all’interno del museo, tutto il suo calvario, fino alla riduzione in cenere.
Forse l’esperienza gli farà avere un ripensamento e lo convincerà a vivere, almeno la vecchiaia, con il conforto della dignità.

Moni Ovadia da l’Unità del 7 novembre 2013

Berlusconi: l’ottimizzatore del fango

Se qualcuno si fosse scandalizzato leggendo le dichiarazioni di Berlusconi, nelle quali paragona se stesso e i suoi figli – in quanto prole di un «condannato» – a ebrei perseguitati e deportati ad Auschwitz, si legga questa chicca comparsa come redazionale su ilgiornale.it, house organ del padrone azzurro. Il testo pubblicato in data 15 settembre è scritto da un anonimo «umorista» a proposito di certi centri benessere:

«Io quando sento la parola benessere mi sento male e, mai e poi mai. sarei andato in una Spa. Ci sono finito convinto da amici perché «così ti rilassi», e mai fidarsi dei consigli degli amici. Ecco perché, essendone uscito vivo, per un moto filantropico ho deciso di scrivere questo memoriale della Spa a cinque stelle in cui sono capitato, che per non fare il nome chiamerò Auschwitz.
In queste Auschwitz legalizzate, appena salite in camera trovate accappatoio e ciabattine infradito, nel mio caso di svariate misure meno della mia.
Ho chiamato subito la reception, niente da fare, la misura è standard. Così mi sono ritrovato in giro per i corridoi con altri deportati indossando l’accappatoio di un nano. Voglio dire: perfino nella vera Auschwitz le tute erano su misura. Arrivato al centro benessere ho avuto un brivido quando sull’accappatoio mi hanno spillato un cartellino con il mio nome, chissà perché non me l’hanno tatuato sul braccio, penso adesso.
( … ).
Ma quello era il meglio, il peggio sono le saune. Gentili signorine sadiche vi informano del programma: sauna con il sale, sauna con le erbe, bagno turco, hammam, tutto un alternarsi di caldo e freddo, freddo e caldo, una tortura mai venuta in mente neppure ai nazisti veri. Vi dicono che fa bene, farà bene a crepare prima, infatti vi fanno firmare un modulo che se ci restate è colpa vostra.
( … ).
Dopo dieci minuti mi sono diretto verso l’uscita, e una signorina mi ha redarguito dicendo che dovevo starci di più, almeno due ore per «vedere gli effetti». Mi stava scappando un vaffanculo muorici tu qui brutta stronza, invece le ho risposto sorridendo «passo direttamente alle camere a gas, grazie», non l’ha capita, e mi sono rifugiato nell’Area Relax
( … ).
Una volta a casa, sano e salvo, ho chiamato il mio psichiatra per farmi raddoppiare la dose di antidepressivi, e ho riletto Se questo è un uomo, trovandolo un romanzo soft, quasi rosa. Se fosse stato in una Spa, Primo Levi non sarebbe sopravvissuto per scrivere il libro».

Ora, questo liquame il cui fiume sotterraneo ed emerso e i rispettivi affluenti circolano liberi e rigogliosi nei tessuti bassi del nostro corpo sociale, non l’ha creato Silvio Berlusconi, ma lui ne è il catalizzatore e, se ci si consente il paradosso, l’«ottimizzatore».
Questo liquame ha fertilizzato già le suburre del Basso Impero, dalla cui corrotta temperie – mi sembra che lo abbia affermato Gore Vidal – l’italica gente non è ancora uscita e, vasta parte di essa, non sembra voler uscire. Berlusconi sguazza in un fango di volgarità sconcia e imbecillità programmata e goduriosa.
La imbraccia per la chiamata alle armi di quei suoi decisivi adoratori fascisti,  fascistazzi, fascistoni, antisemiti «amici» del governo di Israele, neo nazisti in attesa dell’alba dorata che lui non smette di promettere loro.
Questo liquame, è stato l’humus che ha generato il fascismo, quello originario, sempre vivo, sottotraccia, nell’anticomunismo senza comunisti, nell’odio per la Resistenza e per la sua immensa eredità: la Costituzione Repubblicana. Lo stesso liquame, ha fertilizzato quella sottospecie di pseudo fascismo televisivo e tettuto che abbiamo definito berlusconismo. Scandalizzarsi per le dichiarazioni di Berlusconi su se stesso e sugli ebrei o sul buon Mussolini che mandava gli avversari in vacanza e accettare Berlusconi in politica è, nel migliore dei casi, da minchioni.
Il Berlusconi doc è questo qui. Se un governo neo nazista lo tirasse fuori dai suoi guai giudiziari, lui lo sosterrebbe con convinzione e trasformerebbe la sua campagna contro le toghe rosse, in una campagna contro le toghe demo-pluto-giudaiche. Autorevoli esponenti dell’ebraismo istituzionale, dal canto loro, considererebbero veniale il suo sproloquio in considerazione del fatto che lui, contestualmente, si dichiarerebbe amico personale di Netanyahu. Ma Berlusconi non è il solo, né il principale responsabile di questo schifo organizzato, l’insipienza di molte «opposizioni», la loro corriva lassità e la servile complicità dei suoi alleati, sono state paradossalmente peggio.
lo che in fondo non coltivo risentimenti, vorrei consigliare al Silvio nazionale, ora che è diventato molto anziano, di informarsi su un museo della Shoah, mi sembra che si trovi a Chicago, in cui la visita consiste nell’assumere l’identità di un ebreo perseguitato e deportato e nel percorrere all’interno del museo, tutto il suo calvario, fino alla riduzione in cenere.
Forse l’esperienza gli farà avere un ripensamento e lo convincerà a vivere, almeno la vecchiaia, con il conforto della dignità.

Moni Ovadia da l’Unità del 7 novembre 2013

L’uscita di Berlusconi dalla scena politica

Le motivazioni della sentenza pesano come un macigno sul futuro politico di Berlusconi.

Siamo stati governati per anni da un truffatore che  ha utilizzato i proventi di una serie di reati, commessi ai danni di tutti noi, per costruire quella che Brecht avrebbe definito la sua <<resistibile ascesa>> nei cieli della politica e che ha ampiamente utilizzato poi il suo potere politico nel tentativo di cancellare, con tutta una serie di leggi ad personam, i reati da cui era partito.

Allontanarlo dal Senato nel rispetto di una legge dello Stato non è solo un atto dovuto agli italiani, è anche e soprattutto un segno di vitalità della nostra democrazia, la prova del fatto che gli italiani possono e debbono ormai fare definitivamente a meno di un tipo di leader assoluto, prepotente, sleale, che agisce al di sopra e al di fuori della Costituzione e delle sue leggi.

L’uscita di Berlusconi dalla scena politica sarà per tutti noi un giorno di festa se ci renderemo conto fino in fondo del rischio che abbiamo corso lasciando a un uomo di questo livello la guida del nostro Paese.

Quella cui potremmo tornare senza di lui, infatti, è una politica normale in cui a confrontarsi sono i partiti e le idee ed in cui non c’è più spazio per chi gioca con carte truccate.
Così risponde a un lettore Luigi Cancrini (psichiatra e psicoterapeuta) sull’Unità del 31/8/2013

Il cinismo del guru

Il cinismo del guru  Beppe Grillo insulta l’Unita’ e si augura la nostra scomparsa perché ieri abbiamo scritto la verità sul vergognoso ostruzionismo del gruppo Cinque stelle, che ha rischiato di far cadere importanti norme e finanziamenti a favore delle popolazioni colpite dai terremoti di Emilia e Abruzzo. Non creda Grillo di intimidirci con la violenza verbale del suo blog: l’Unità ha 90 anni, ha combattuto il fascismo, ha attraversato le stagioni più difficili della democrazia, ha contrastato Berlusconi che pure, come Grillo, voleva metterci il bavaglio.    Tuttavia capisco che la nostra idea di democrazia che non si propone di cancellare le posizioni e gli interessi diversi dai nostri, che non disprezza il compromesso politico ma tenta di orientarlo al bene comune  non coincide con quella di chi, come Grillo, bolla col marchio d’infamia ed espelle dal proprio movimento quanti osano dire che il Capo ha sbagliato.

Il suo disprezzo per l’Unità e per la storia della sinistra sono noti: ma non sarà un untorello a spaventarci. Anche perché molti di coloro, che hanno votato e sperato nel Movimento Cinque stelle come vettore di cambiamento in questa drammatica crisi di sistema, si stanno accorgendo che da quelle parti c’è più autoritarismo che partecipazione, più tatticismo che sincerità, e che alla fine l’elemento proprietario prevale su tutto. O si serve Grillo o si viene cacciati.

Altro che rinnovamento. Se Grillo avesse voluto, avrebbe potuto consentire un governo senza Berlusconi. Invece ha voluto Berlusconi al governo, perché pensava così di lucrare sulla paralisi politica. Ha giocato sporco, come gli speculatori che guadagnano soldi quando crollano le borse e i risparmiatori vengono derubati.

Ma lo hanno scoperto. Per questo è stato abbandonato da tanti suoi elettori, disgustati dopo soli tre mesi: volevano che contribuisse a migliorare le cose, invece pretende il 100% (come i dittatori) e fino ad allora dichiara che lavorerà per la distruzione di tutto.

Il caso dell’ostruzionismo sul decreto-emergenze è emblematico. Il decreto vale più diun miliardo: riguarda le aree industriali di Piombino e Trieste, alcuni interventi d’urgenza nelle Regioni del Sud, e soprattutto le zone colpite del terremoto. Probabilmente Grillo ha deciso di forzare  mettendo in conto che potessero saltare la dilazione dei pagamenti di alcuni tributi fiscali in Emilia e Abruzzo, le semplificazioni amministrative previste sempre in quelle aree, e soprattutto quella deroga al Patto di stabilità interno, che consente ai Comuni colpiti dal terremoto di riavviare comunque una serie di appalti altrimenti bloccati  proprio per coprire l’indecenza delle espulsioni dei dissidenti interni. Meglio ingaggiare una rissa su altri temi che spiegare perché il M5S, a giudizio del Capo, deve essere una setta e non un movimento politico.

Il problema è che non potrà mai giustificare il cinismo di aver usato strumentalmente un decreto, di cui le popolazioni del terremoto hanno assoluto bisogno. Certo, l’Emilia e l’Abruzzo chiedono più di questo decreto. Il presidente Errani ha spiegato ieri che, dopo il primo passo, il governo dovrà varare al più presto altre norme di semplificazione e consentire il rinvio dei rimborsi assicurativi. Ma le conseguenze di una bocciatura del decreto sarebbero state drammatiche. Per questo Grillo tenta di nascondersi dietro la cortina fumogena degli insulti: anche se, a onor del vero, va detto che diversi suoi deputati hanno dissentito da questa cinica tattica. Nel suo gruppo parlamentare non manca chi si muove con onestà di intenti.

Ma ecco come sono andati i fatti, come si sono svolte le trattative tra i Cinque stelle, la maggioranza e il governo.    In un primo momento, i grillini hanno proposto alcuni emendamenti al decreto: il relatore e il capogruppo Pd, condividendoli in parte, si sono  presi l’impegno di inserirli in un nuovo ddl o  in una legge di conversione. Hanno chiesto però al M5S di non bloccare il decreto, vista l’imminente scadenza dei 60 giorni. Forse sorpresi dal fatto che il Pd avesse dato loro ragione, i grillini hanno però cambiato linea: dal merito la richiesta si è spostata sul metodo. Siccome il decreto, nel passaggio al Senato, era stato appesantito di varie norme, i Cinque stelle hanno chiesto che fosse riportato alla struttura originaria. Una richiesta giusta, in linea di principio: i decreti non sono un treno a cui agganciare sempre nuovi vagoni. Il problema è che incombeva la mannaia della decadenza, perché il  Senato avrebbe dovuto riesaminare daccapo il nuovo testo. Il governo si è detto contrario, ma il capogruppo Pd Speranza si è preso la responsabilità di dire sì alla proposta grillina e ha concordato con il Senato un nuovo, rapido passaggio per martedì prossimo.

A questo punto il gruppo M5S, a sorpresa, ha cambiato di nuovo linea: dal metodo si è tornati al merito, cioè alla richiesta di due ulteriori emendamenti (tra i quali la soppressione della compensazione per alcuni Comuni interessati alla Tav). A questo punto, il giochetto è stato chiaro a tutti. Non è certo un successo che il governo abbia posto la fiducia. È’ questa una prassi da evitare il più possibile. Ma è bene che lo sgambetto di Grillo ai danni dei terremotati e dei lavoratori delle acciaierie di Piombino sia fallito. P.S. Grillo nel suo blog porta come esempio dell’impegno a favore dei terremotati i 350mila euro, da poco donati al Comune di Mirandola. Quel gesto fa onore di Grillo (anche se ammetterà che non è stato elegante rendere pubblica la donazione alla vigilia delle amministrative). Nella gara della solidarietà, tuttavia, più concorrenti ci sono, meglio è per tutti. Il nostro giornale ha contribuito sin dal primo giorno alla sottoscrizione organizzata dal Pd. Con i circoli Pd, le feste de unità, le donazioni individuali sono stati raccolti e indirizzati a progetti di solidarietà e di ricostruzione oltre 1 milione e 200mila euro. Nessuno deve vantarsi. Bisogna continuare ancora con le feste de l’Unità di questa estate.

Claudio Sardo dall’Unità del 22 giugno 2013

Padre Formenton a una senatrice PDL

La risposta di padre Formenton alla lettera della candidata:

«Spettacolo indecoroso dal suo leader»

Non c’è solo la lettera con il (falso) rimborso dell’Imu. C’è posta anche per i parroci.

Dell’Umbria, nella fattispecie. Ai quali una candidata senatrice del Pdl, Ada Urbani, secondo alcuni siti (tra cui Globalist) ha inviato una lettera in caccia di voti, vecchia tecnica democristiana rispolverata per l’occasione, puntando il dito sui temi etici che vanno per la maggiore: unioni tra omosessuali, le disposizioni sul fine vita, le problematiche sull’uso degli embrioni, l’apertura all’aborto eugenetico. Ma, seguendo il consiglio del cardinale Bagnasco, i parroci non sembrano disposti a farsi abbindolare. «È necessario ¬chiude la lettera della senatrice riportata dal sito – che nel futuro Parlamento ci sia un numero di persone sufficienti a non far passare leggi contro la famiglia, l’uomo e la sua vita. Per questo chiedo anche il suo sostegno e ringrazio per tutto quello che riterrà di fare».

Di seguito si può leggere la lunga e articolata risposta di don Gianfranco Formenton, parroco in provincia di Spoleto.

Ne riportiamo alcuni brani: «Rivolgendosi ai pastori del popolo cristiano ¬si legge all’inizio della risposta- lei dovrebbe ricordare che tra i valori non negoziabili nella vita entrano tutta una serie di comportamenti di vita, di etica pubblica e testimonianza sui quali non mi sembra che il partito di cui lei fa parte né gli alleati che si è scelto siano pienamente consapevoli. Sarebbe bello stendere un velo pietoso su tutto ciò che riguarda il capo del suo partito, sul quale non credo ci siano parole sufficienti per stigmatizzare i comportamenti, le esternazioni, le attitudini pruriginose, le cafonerie, le volgarità verbali che costituiscono tutto il panorama di disvalori che tutti i pastori del popolo cristiano cercano di indicare come immorali agli adulti cristiani e dai quali cercano di preservare le nuove generazioni. Sarebbe bello ma i pastori non possono farlo, perché lo spettacolo indecoroso del suo capo è stato anche una vera e propria modificazione dei valori di fondo della nostra società … operata anche grazie allo strapotere mediatico che ha realizzato una vera e propria rivoluzione, secondo la quale il relativismo morale tanto condannato dalla Chiesa è diventato realtà».

«Un’idea di vita irreale – continua poi la lettera – ha devastato le coscienze e i comportamenti dei nostri giovani, che hanno smesso di sognare sogni nobili e si sono adagiati sugli sculettamenti delle veline, sui discorsi vacui nei pomeriggi televisivi … e su una visione rampante e furbesca della politica fatta di igieniste dentali, di figli di boss nordisti, di pregiudicati che dobbiamo chiamare onorevoli. Oltre a questo, lei siederà nel Senato della Repubblica insieme a tutta una serie di personaggi che coltivano ideologie razziste, populiste, fasciste, che sono assolutamente anticristiane, antievangeliche, antiumane.

Nel Vangelo non c’è una sola’ parola sulle unioni omosessuali, sul fine vita e sull’aborto. Sulle discriminazioni invece, sul rifiuto della violenza e su una visione degli altri come fratelli e non come nemici ci sono monumenti innalzati alla tolleranza, alla non violenza, all’accoglienza dello straniero, al rifiuto delle logiche della furbizia e del potere».

Poi, la chiusa: «Se qualcosa farò non sarà certo suggerire alle pecorelle del mio gregge di votare per quelli che mi scrivono lettere esibendo presunte credenziali di cattolicità. Mi sforzerò, come raccomanda il cardinale, di mettere in guardia tutti dal farsi abbindolare da certi ex leoni diventati candidi agnelli. Se le posso dare un consiglio, desista da questa vecchia pratica democristiana di scrivere ai preti solo in campagna elettorale, e consigli il suo capo di seguire l’esempio fulgido del Papa. Sarebbe un’opera di misericordia nei confronti del nostro popolo».

LA.MA  Milano     dall’Unità del 21 febbraio 2013

Ai troppi Italiani smemorati

Qualcuno dica ciò che ha fatto davvero Silvio

Ma ditelo, per favore, che fino  al novembre 2011 ha sgovernato lui.

Ditelo che ci aveva lasciato disastri e vergogna.

Ditelo che l’Italia stava correndo verso il precipizio, e che Lui, che ora si ripropone come  ministro dell’Economia, certificava che la crisi non c’era con la teoria macroeconomica dei ristoranti pieni.

Ditelo che grazie a Lui, in Europa, nel mondo e magari nelle altre galassie (tranne laRussia di Putin, la Libia di Gheddafi e qualche remoto pianeta retto da un despota alieno), ci ridevano dietro e davanti al solo sentirne parlare, fra un attacco di panico e l’altro da possibile contagio.

Ditelo che quando ha abolito del tutto l’ICI (già tolta ai meno abbienti da Prodi) hatagliato o costretto a tagliare trasporti, scuola, sanità, cultura.

Ditelo che Lui, che ora recita la parte del Nemico della Merkel, da premier, alla Merkel si beava di fare «cucù».

Ditelo che ora schifa Monti ma l’ha sostenuto quando governava e, dopo, a governo tecnico caduto, offrendogli di guidare i cosiddetti moderati.

Ditelo che si è fatto leggi per sottrarsi alla Legge, che ha fatto deputati i suoi avvocati con cui farsi le leggi, che si è fatto beffe della verità facendo votare al Parlamento che credeva nipote di Mubarak una sua amichetta.

E ditelo che la vergogna, prima che politica, è stata ed è morale, civile, culturale, poiché ha sdoganato in un Paese già minato i disvalori che Lui incarna: la furbizia invece del merito, l’apparenza invece della sostanza, l’arricchimento facile invece dell’apprendimento faticoso, il consumismo selvaggio di cose e «ideali», di corpi femminili, di onorevoli più o meno responsabili, da possedere a tutti i costi.

Ditele, queste ovvietà, che per molti italiani smemorati ovvietà non sono.

Se non ora, quando?

Enzo Costa sull’Unità del 18 febbraio 2013

Sindrome di Tourette

Gli insulti a raffica del Macbeth di Arcore

Da ieri siamo di nuovo in guerra: di qua chi vuole togliere l’Imu e salvare la «sacra casa» di ogni italiano, di là i comunisti che, Renzi a parte, non hanno ancora capito cosa sia la socialdemocrazia, ‘tanto meno la democrazia. Il solito ritornello, ripetuto come un mantra (meglio dire ossessione) dal lontano 1994. Ma con un’aggiunta: che tra i nemici del Cavaliere e della Patria ora ci sono anche i Professori, uno in particolare, che non sanno cosa sia un’azienda e tanto meno il lavoro.
Non è un dettaglio ma una svolta illuminante: per la prima volta Berlusconi non parla più di un nemico da insultare e combattere ma ne indica due, tre, tanti. Se la prende. con Monti, con Fini, con Casini e naturalmente con Bersani. Per finire con la solita battuta su Bindi e Vendola (<<quello di Sel.,»),
È un cambiamento storico che segna la fine di quel bipolarismo degli insulti con il quale il Cavaliere aveva costruito le sue altre discese in campo: creare un nemico immaginario per chiamare a raccolta tutti gli italiani (e gli elettori) di buona volontà. Peccato che i «nemici» si stiano adesso moltiplicando a vista d’occhio, come quei mostri da videogame citati da Tremonti in una celebre spiegazione sul perché il governo Berlusconi non riuscisse mai a raddrizzare i conti del Paese: «Combatti un mostro e ne spunta subito un altro».
La politica italiana si è improvvisamente trasformata in una foresta che cammina, un’armata di rami e fronde che lentamente si stringe verso il Macbeth di Arcore che, forse per un lapsus e forse no, ha cominciato la sua barzelletta di ieri con «stanotte ho avuto un incubo, mi sono svegliato gridando». E dopo aver zittito l’impertinente Giletti su Rai Uno («lei deve imparare dalla signora D’Urso», con riferimento alle domande concordate in fuori onda) ha poi rivelato: «Ho sognato un governo con Monti ancora presidente del Consiglio. C’era Ingroia alla Giustizia, Di Pietro alla Cultura, Fini era alle fogne e quello di Sel alla Famiglia». Nulla di nuovo sotto il sole, insomma, se non fosse che in quel lungo elenco di nemici da sfottere e dunque abbattere c’è tutta l’impotenza del Cavaliere. Lo si capisce dal volto tirato e gli occhi socchiusi che hanno preso il posto del sorriso a cento denti sfoderato ai Porta a Porta dei tempi migliori. Ora che persino i conduttori (quasi tutti) si ribellano, gli schemi saltano e la pressione esplode. E il grande statista che «salvò la pace nel mondo avvicinando la Russia agli Stati Uniti» (la migliore delle sue barzellette) cede a quella Sindrome di Tourette che spinge a non frenare gli impulsi e insultare chiunque ti trovi davanti. Ne soffriva anche Mozart, ma la musica era un’altra.

Luca Landò dall’Unità del 24 dicembre 2012

intervista di Ninni Andriolo a D’Alema

Presidente, ha letto Bersani? “Con D’Alema faremo il rinnovamento insieme … ”
«Sì. Era stata costruita una raffigurazione distorta che ha creato nel Pd un turbamento dì cui non c’era bisogno».
Bersani però ha detto con chiarezza che non le chiederà di ricandidarsi.
«Ha detto una cosa correttissima di cui si è distorto il significato. Ha detto che siamo un partito e che le liste non le fa il segretario da solo, né il vincitore delle primarie, il quale si candida, o dovrebbe candidarsi, a guidare il governo del centrosinistra e non a regolare i conti all’interno del Pd. Ripeto, noi siamo un organismo collettivo che ha delle regole e le liste le fa la direzione. Questo era il valore dell’affermazione di Bersani, con la quale mi trovo del tutto d’accordo».
La sua replica, tuttavia, si poteva prestare a polemiche …
«Lo scenario era doppiamente falso: Bersani che scarica D’Alerna per conquistare consensi, il che raffigurerebbe il segretario come una persona cinica che non è, e D’Alema che sta lì abbarbicato al suo scranno. Anche questo non è vero. Fin dall’inizio ho detto con chiarezza che ritenevo giusto lavorare per un avvicendamento».
“Avevo deciso di andare, ma siccome lo chiede Renzi rimango”: una ripicca verso un bambino maleducato, le rimprovera Staino …
«Il messaggio di Staino è molto affettuoso e ricambio questo affetto. Non solo, ne raccolgo il senso. Non sono d’accordo su un dato, però: Renzi non è un piccolo maleducato. Le sue posizioni rappresentano l’irrompere del qualunquismo populista nel nostro campo e il rischio, come ha scritto Scalfari – che ha fatto riferimento addirittura al craxismo – di una vera e propria mutazione. C’è l’intromissione di un rampantismo senza radici e senza principi. Mi batto contro la rottamazione, perché la rottamazione non è il rinnovamento, ma un chiaro messaggio di natura politica e culturale dai forti significati negativi».
Lei ha partato di “disprezzo per le persone”.
«A parte questo aspetto non proprio secondario, si vuol far credere che i politici sono tutti uguali, che il centro sinistra è stato come il centrodestra. Non è vero. Respingo questo messaggio distruttivo del nostro partito e della sua storia. Noi ci siamo battuti contro Berlusconi. Nel messaggio di Renzi, però, non si scorge la denuncia del danno prodotto in Italia dalla destra. C’è, al contrario; la necessità di liquidare un’intera classe politica. E c’è il disprezzo verso le radici della sinistra … Vede, noi siamo un partito plurale di persone che vengono da storie diverse e se non ci rispettiamo rischiamo di dividerci: è questo che mi preoccupa. D’altro canto, ricordo che l’obiettivo “cacciamo D’Alema dal Parlamento” fu lo stesso che BerIusconi lanciò nel 2001. Allora fortunatamente c’era una legge elettorale che consentiva ai cittadini di scegliere. Lui dovette venire a Gallipoli, davanti ai miei elettori, e se ne tornò con le pive nel sacco».
C’è chi le rinfaccia di voler rimanere in ogni caso sulla plancia di comando …
«Una critica volgare. Non ho mai difeso posti. Non ho difeso quello di presidente del Consiglio, né ho preteso di mantenere le mie candidature alla presidenza della Camera e della Repubblica. Ho sempre fatto prevalere sulle aspirazioni individuali l’adesione a un disegno collettivo».
Bersani promette un rinnovamento profondo.
«Bersani rappresenta il rinnovamento che io condivido e intendo agevolare, tutt’altro rispetto alla rottamazione».
Sì, presidente, ma se vince Renzi?
«Se vince Renzi temo si aprirà un conflitto. D’altro canto è quello che vuole lui, quello che annuncia…»
E se vince Bersani?
«Se vince Bersani promotore del rinnovamento io non chiederò alcuna deroga. Il Parlamento non è il luogo esclusivo dell’impegno politico».
Presidente, c’è un problema di qualità del rinnovamento. Ma c’è anche una domanda molto diffusa e incalzante ..
«Sì, certo. E a me interessa partecipare a un confronto approfondito sulla qualità del rinnovamento. Noi abbiamo una nuova generazione con persone serie, di grande talento. Voglio dirlo in  modo crudo. Nel momento in cui D’Alema, Veltroni e forse altre personalità usciranno dal Parlamento, dall’altra parte resteranno le personalità della destra. Potrà sembrare ingiusto ma in fondo possiamo rivendicare di fronte al Paese di aver dato l’esempio. Tuttavia è molto importante la qualità delle forze nuove che verranno ad occupare le responsabilità rincipali. Devo dire che, purtroppo. non sempre le scelte di questi anni  mi sono sembrate convincenti. Se vogliamo restituire credibilità alla politica non c’è bisogno di rampantismo o di  format televisivi».
Un’altra critica a Renzi?
«Noi dobbiamo evitare il rischio che la crisi del berlusconismo si risolva in un collasso del sistema democratico, il che sarebbe davvero avventuroso per il Paese.  Anche per questo ritengo di dovermi impegnare fino in fondo per favorire un’uscita politica dell’Italia da questa crisi e a sostegno dell’idea di un governo che si  costruisce intorno a Bersani, cioè l’unica personalità che a me sembra in grado di cementare un’alleanza tra progressisti e moderati intorno a un progetto di riforme e di ricostruzione del Paese».
Niente Monti bis, quindi.
«L’espressione  suona suggestiva perché c’è il nome di Monti, personalità che suscita apprezzamento, giustamente, a livello internazionale. Parlando di Monti bis, tuttavia, non ci si rende conto che l’attuale governo nasce in una particolare condizione di emergenza e sulla base di una maggioranza innaturale di cui si avvertono già tutte le difficoltà. Come si ‘può pensare che questo tipo di alleanza possa durare un’intera legislatura? Come non vedere che un governo di questo tipo sarebbe in realtà più fragile, e non più forte di un governo politico di centrosinistra?».
È’ questa la posta in gioco delle primarie?
«La confusione e la demagogia di queste settimane rischiano di farci dimenticare che le nostre primarie sono particolari. Noi indichiamo un leader il cui compito è quello di essere il capo di una coalizione. E l’esperienza ci insegna che anche i leader eletti con le primarie sono poi caduti per la fragilità delle maggioranze. La legittimazione delle primarie da sola non risolve il problema della stabilità politica. Bisogna valutare, quando si sceglie, le capacità personali di essere punto di equilibrio, di garantire, cioè, coesione e non divisione».
Come giudica il passo indietro di Veltroni dal Parlamento?
«Comprendo le ragioni della scelta di Walter, che nasce da un’amarezza che condivido. È’ chiaro che la sua decisione ha anche accentuato una pressione verso di me, di cui, tra l’altro, non c’era affatto bisogno, perché avevo già maturato le mie convinzioni. Non sono così sciocco da pensare, com’è stato scritto, che Walter abbia voluto farmi un dispetto. Partendo dagli stessi sentimenti però io reagisco diversamente. Io combatto. E, per farlo meglio, levo di mezzo la mia candidatura».
C’è chi esulta perché lei si tira indietro, e lei dice che il suo è un grido di battaglia?
«Per la mia storia e la mia formazione so bene che la politica non si realizza esclusivamente in Parlamento. Non vivo questo passaggio come un passo indietro, ma come l’opportunità di organizzare diversamente il mio impegno e la mia partecipazione. Bersani ritiene che D’Alerna darà battaglia e non si arrenderà alla rottamazione. Ha ragione, mi conosce bene. Quello che non posso accettare è la cultura della rottamazione. Non per ragioni personali, come credo ormai sia chiaro, ma perché la ritengo distruttiva per il centrosinistra e per il Paese».
intervista di Ninni Andriolo a D’Alema sull’Unità del 18 ottobre 2012

Scandalo alla regione Lazio

Foto da basso impero nella collezione delle figurine sconce

Sembra che il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti si sia fregato con le sue mani per quella dichiarazione sui poveri che non gli piacciono. Il tutto registrato in un filmato, in cui poi non si vedeva niente. Ma un filmato è pure troppo: da noi in Italia basta una foto per rappresentare un’intera classe dirigente nel suo infimo livello culturale e morale. Parliamo ovviamente della destra laziale, che definire classe dirigente è pure improprio. Si tratta di un’accozzaglia di tipi umani provenienti dalla manovalanza politica ex fascista, praticamente il peggio che fornisce il Paese e che non poteva mancare nella collezione berlusconiana di figurine sconce.
Dispiace solo che in questi giorni molti giornali calchino la mano sulla loro «romanità» quasi che la stessa umanità famelica e sfacciata non si trovi nella Lombardia di Formigoni o nella Lega di Bossi. Si tratta di coltivarla e premiarla, come ha fatto il Pdl, proponendo liste elettorali misurate col bilancino del favoritismo. O qualcuno sì è dimenticato di come è stata eletta la signora Polverini, delle liste presentate fuori tempo massimo da quel tal Alfredo Milioni che disse di essere andato a mangiare un panino? E sempre di milioni, ora che il cerchio si chiude, Polverini deve rendere conto, non solo agli elettori che l’hanno votata preferendola a una donna come Emma Bonino, ma a tutto il Paese. Perché molti (anche tra i suoi elettori, come hanno testimoniato telefonando ieri mattina a Caterpillar) pensano che la presidente dovrebbe dimettersi, mentre invece non avrebbe mai dovuto accettare di farsi eleggere con quelle voraci modalità. infatti, il citato Milioni e l’attuale Fiorito sono uguali, benché il primo fosse di origine sedicente socialista e il secondo fascista. Entrambi grandi mangiatori, non perché romani, ma perché raccattati nel fondo del barile berlusconiano.

Fiorito e la presidente Polverini: la congiura degli innocenti

Giustamente, prevale ancora su tutto il notiziario televisivo il disastro (definizione della presidente Polverini) della Regione Lazio. Altri, più versati nelle patrie lettere, l’hanno definito Satyricon, ma neppure Petronio poteva descrivere, e Trimalcione organizzare, un festino tanto squallido.
Roba da «Ciao Darwin», o qualche altro pecoreccio varietà che ha nutrito le aspirazioni estetiche di una classe dirigente formatasi nel supermercato berlusconiano. Cosicché ora il cavaliere teme che il Pdl passi per «partito della corruzione»! Ma dai. E non è il partito che da mesi, anzi anni, si batte in Parlamento per impedire l’approvazione della legge anticorruzione? Tutto si tiene.
Anche la tenuta, appunto di Renata Polverini, che, se le avessero rubato sotto il naso il Colosseo, non se ne sarebbe accorta. E ancora meno se ne sarebbe  accorto il sindaco Alemanno, soprattutto se la cosa fosse avvenuta durante una nevicata imprevista e per opera della nutrita schiera di famigli assunti nelle aziende municipalizzate.
Comunque, i fattacci di questi giorni confermano il legame indissolubile tra politica e tv: Renata Polverini è andata a rifarsi il look davanti alle telecamere di Piazza pulita, mentre il recalcitrante Batman, Franco Fiorito, è andato da Bruno Vespa. Chiaro che tutti e due si sono proclamati innocenti, recitando il loro ruolo con la grande professionalità acquisita nella politica intesa come lucrosa fiction.
E, mentre Fiorito ha tirato fuori il foglietto che dovrebbe discolparlo, la signora Polverini ha dovuto chiedere al suo staff il conto delle spese elettorali, di cui naturalmente non ricordava la cifra. Un particolare tanto irrilevante che infatti ammonta a oltre 7 milioni euro. Tanto è costato (a chi?) farla eleggere, con relativo sputtanamento.

Scandalo Lazio e la furbetta del quartierone

Basta con la polverini in TV. Non ne possiamo più. La ex presidente della regione Lazio ci perseguita da giorni con le sue dimissioni ventilate, ritirate, riminacciate e alla fine confermate giusto in tempo per l’apertura dei tg della sera (tranne il Tg3, ovviamente).
Nata come personaggio televisivo (pentiti, Floris!), Renata Polverini ora vuole farci morire tutti di tv con le sue inverosimili cadute dal pero e la chiamata in causa di tutti gli altri. Lei, sindacalista di un sindacato quasi inesistente (un po’ come Rosi Mauro), ora si mostra bianca che più bianca non si può, pronta per un altro ruolo da ingenua nella grande commedia dell’arte ambientata ai tempi del basso impero berlusconiano. Perché, diciamo la verità, di maschere non ci sono solo quelle dei porci nella sceneggiatura  del Pdl, ma anche quelle linde e pinte dei furbetti dei numerosi quartierini e delle furbette del quartierone.
E ogni tanto c’è uno (o una) che si scandalizza perché gli altri sono corrotti, mentre giura di non sapere chi pagava i suoi conti, le sue vacanze, le sue case con vista o le sue campagne elettorali.
A suon di manifesti, liste false e fascisti veri, che miracolosamente stanno insieme, tramite il collante carismatico del boss, con i socialisti del tempo che fu e con i maneggioni di ieri, di oggi e di domani. Ognuno dei quali si uniforma alla morale del capo e del gruppo, o meglio del branco predatorio, ma appena viene scoperto, sventola qualche ricevuta e, sperando di salvare il salvabile, butta la colpa addosso ai soci. E questa, che Renata Polverini ha definito correttamente una «faida» è, in realtà, una sorta di malattia autoimmune che corrode dall’interno il partito che non c’è più, forse perché non c’è mai stato. Anche se (misteriosamente!) l’opposizione non è riuscita ad abbatterlo dall’esterno.

In principio fu Ballarò (e anche la fine)

Il personaggio Polverini, nato a Ballarò, doveva finire a Ballarò. Con la complicità di Giovanni Floris, che ha, per così dire, celebrato le tristi esequie. Del resto, tutta la puntata è stata in bilico sulla insopportabilità, per responsabilità diretta della ex governatrice, che ha fatto una serie di piazzate a questo e quello, dimostrando di essere molto simile a quelli da cui si vorrebbe distinguere.  In particolare Fiorito, che ha usato in tv lo stesso metodo: insultare e intimidire, nonché agitare carte e cifre incontrollabili.
Perché, come ha detto giustamente il vecchio Romiti in altra sede (Rainews), «non hanno più vergogna di niente».
E ora, come Fiorito dice di volersi ricandidare, anche la signora Polverini ha sicuramente in mente di rimettersi in carriera (politica) da qualche altra parte. Se no, non avrebbe tappezzato Roma di manifesti in cui, da capo della banda della Pisana, diventa improvvisamente fustigatrice dei costumi altrui.  Stile Berlusconi, che, pure lui, si scopre moralizzatore di un partito che ha costruito a sua immagine e somiglianza e cioè senza regole e senza trasparenza.
Cosicché, alla fine, anche la puntata di Ballarò è stata trascinata in una sistematica deriva di confusione.
Perché, su Polverini e dintorni, aveva già detto tutto Maurizio Crozza nell’introduzione, ricordando che, mentre la giunta e il consiglio della Regione Lazio tagliavano i servizi più indispensabili a disabili e famiglie, spendevano e spandevano soldi non solo a favore degli eletti, ma anche degli amici esterni.
E, alla fine, nessuno ha chiesto conto alla Polverini dei 7 milioni (dichiarati a Piazza pulita) gettati in una campagna elettorale rovinosa, culminata nella farsa della lista fantasma, in difesa della quale si voleva scavalcare la legge con un decreto governativo.
Quello è stato il brodo primordiale da cui non poteva che nascere Fiorito.

Tratti dall’Unità [Fronte del video di Maria Novella Oppo] del 21, 22, 26 e 27 settembre

N.B. alle ore 15 del 27 settembre le dimissioni, annunciate da tutte le TV e tutti i giornali,  non sono state ancora formalizzate

Il manifesto dei liberisti

dialoghi con Luigi Cancrini

lettore: Sostiene la barbara maggioranza repubblicana che le tasse le debbono pagare in proporzione più i poveri che i ricchi. Pochi giorni fa è stata bocciata una legge per l’occupazione giovanile in Usa solo per indebolire Obama, Sono a questo livello: un medioevo culturale in una nazione che si autodefinisce la più grande democrazia del mondo.

risposta: L’ho visto io ed era proprio lui, Stracquadanio, uno dei fedelissimi del capo. Era arrabbiato, esibiva una sguardo fiero e con voce roca avvertiva Lui ed i suoi. Se nel decreto sviluppo ci fosse la patrimoniale, ha detto, io non lo voto. lo, Stracquadanio, sono un liberista e, come tutti sanno, i liberisti sono quelli che non vogliono la patrimoniale, vogliono che a pagare le tasse siano quelli che non hanno dei patrimoni perché, alla fine, sono solo loro quelli che usano i servizi erogati dallo Stato. Chi ha i patrimoni non sa che farsene di tram, sanità, sussidi e scuola, quello di cui ha bisogno lo compra, compresi i titoli di studio. Quando si sente o vuol farsi vedere buono, tutt’al più, regala, soprattutto in presenza di chi, come la Chiesa, può compensarlo per questa sua comunque volontaria generosità. Liberista, per Stracquadanio e per i repubblicani Usa è il capitalista libero di fare quello che vuole lui, visto che il buon Dio (e Dio è buono per questo) gli ha permesso di stare in una posizione che glielo permette. Alla faccia di quei brutti comunisti odiosi che vorrebbero impedirglielo perché sono, appunto, dei senza Dio.

dall’Unità del 17 ottobre 2011

dal discorso agli Ateniesi

Qui noi facciamo così.

Qui il nostro governo favorisce i molti invece dei pochi: e per questo viene chiamato democrazia.

Qui noi facciamo così.

Le leggi qui assicurano una giustizia eguale per tutti nelle loro dispute private, ma noi non ignoriamo mai i meriti dell’eccellenza.

Quando un cittadino si distingue, allora esso sarà, a preferenza di altri, chiamato a servire lo Stato, ma non come un atto di privilegio, come una ricompensa al merito, e la povertà non costituisce un impedimento.

Qui noi facciamo così.

La libertà di cui godiamo si estende anche alla vita quotidiana; noi non siamo sospettosi l’uno dell’altro e non infastidiamo mai il nostro prossimo se al nostro prossimo piace vivere a modo suo.

Noi siamo liberi, liberi di vivere proprio come ci piace e tuttavia siamo sempre pronti a fronteggiare qualsiasi pericolo.

Un cittadino ateniese non trascura i pubblici affari quando attende alle proprie faccende private, ma soprattutto non si occupa dei pubblici affari per risolvere le sue questioni private.

Qui noi facciamo così.

Ci è stato insegnato di rispettare i magistrati, e ci è stato insegnato anche di rispettare le leggi e di non dimenticare mai che dobbiamo proteggere coloro che ricevono offesa.

E ci è stato anche insegnato di rispettare quelle leggi non scritte che risiedono nell’universale sentimento di ciò che è giusto e di ciò che è buon senso.

Qui noi facciamo così.

Un uomo che non si interessa allo Stato noi non lo consideriamo innocuo, ma inutile; e benchè in pochi siano in grado di dare vita ad una politica, beh tutti qui ad Atene siamo in grado di giudicarla.

Noi non consideriamo la discussione come un ostacolo sulla via della democrazia.

Insomma, io proclamo che Atene è la scuola dell’Ellade e che ogni ateniese cresce sviluppando in sé una felice versalità, la fiducia in se stesso, la prontezza a fronteggiare qualsiasi situazione ed è per questo che la nostra città è aperta al mondo e noi non cacciamo mai uno straniero.

dal Discorso agli Ateniesi, Pericle, 461 a.C.

L’ospite delle nostre istituzioni

Berlusconi non ama la Costituzione né l’unità d’Italia: le abita col distaccato fastidio di chi arriva da altrove e altrove vuole tornare

Oggi molti di noi saranno presenti in tutte le piazze italiane, assieme agli amici di Articolo 21 e delle altre associazioni che hanno organizzato questa mobilitazione di memoria e di testimonianza a difesa della nostra Costituzione. E già questo dev’essere un punto di preoccupazione. In ogni democrazia la carta costituzionale non va difesa né brandita contro gli abusi dei poteri: va applicata e basta.

Non qui, non in Italia. Dove la spallata alle istituzioni repubblicane passa attraverso  il lento, ottuso logoramento dei principi e delle ricchezze contenute in quella carta.

Quando  Berlusconi inveisce contro la scuola pubblica colpevole, a suo dire, di sottrarre i nostri figli alla cauta educazione delle famiglie e a pensieri pigri, confessionali, prudenti, il capo del governo non aggredisce solo la sostanza profonda dell’istruzione (che per produrre buon sapere, pensiero critico, società adulte dev’essere anzitutto libera).

L’obiettivo è la Costituzione, cioè l’idea stessa di nazione, considerata da quell’uomo e dai suoi  suggeritori una scomoda archeologia politica, un ginepraio di lacci e lacciuoli che impediscono la modernizzazione della politica e la riduzione della società a un mercato dove tutto deve avere un prezzo: il sapere, i pensieri, la giustizia, la dignità, la memoria.

In quella battuta sgrammaticata del premier non è solo l’articolo 33 ad essere messo in mora, non solo la libertà della scienza e del suo insegnamento: è l’idea stessa che una legge possa prescrivere doveri, affermare responsabilità, garantire diritti. E nella riforma epocale sulla giustizia (i Pm sull’attenti davanti all’esecutivo, l’azione penale passata al setaccio degli alti e improrogabili impegni del regno e dei suoi cortigiani, la polizia giudiziaria affidata alle cure dei ministri) non è messo in discussione solo il principio irrinunciabile che la legge è uguale per tutti ma l’idea stessa che occorra davvero una giustizia, un giudice, un corpus di leggi invece di rassegnarsi alla saggezza del principe, alla sua mano clemente o furibonda che cala sulla testa e la vita dei sudditi.

Oggi si scende in piazza brandendo la Costituzione non perché ne siano insidiati due, tre o trenta articoli ma perché in questa nuova era sociale è la Costituzione stessa che non serve più. E in questo, perfino i posizionamenti a destra o a sinistra sfumano: c’è in ballo un sentire, meglio, un dissentire molto più profondo che riguarda l’animo con cui Silvio Berlusconi occupa il posto che gli è stato assegnato. Di sé, il generale De Gaulle  l’aveva spiegato con un epitaffio efficace politico: io non sono né di destra né di sinistra, io sono più in alto. Ecco, se scegliesse la verità su di sé,  questo potrebbe dire il cavaliere: né di destra né di sinistra, lui è in basso, al di sotto di ogni soglia, di ogni decenza istituzionale, di ogni passione  politica.

Il capo del governo non ama l’unità d’Italia né la costituzione repubblicana perché si sente ospite di queste istituzioni. Le abita con la curiosità e il distaccato fastidio del forestiero che arriva da altrove e altrove vuole tornare. E’ una posizione scomoda perché lo porta a fingere  sempre: fingere emozione e patriottismo per gli alpini morti in Afghanistan, fingere indignazione e determinazione per i civili ammazzati dalle  mafie, fingere pena per i giovani precari condannati a sopravvivere un palmo al di sotto della linea di galleggiamento, fingere stupore per le povere  ossa del paese che franano a Pompei e altrove. Chi non abita, chi non si sente a casa propria, per buona educazione è costretto a fingere. Solo che a questo signore una buona parte di italiani ha affidato l’onere e la responsabilità di governare il paese, di riempirne le stanze di passioni, idee,  promesse, attenzioni, futuro.

E’ questa la contraddizione senza soluzione, è qui il vero conflitto d’interesse: non tra i soldi del Berlusca e i suoi impegni pubblici, fra le sue televisioni e i suoi voti. Il conflitto sta tra i suoi doveri (i doveri verso il paese) e l’animo suo profondo: che dell’Italia, di questa Italia, se ne fotte. Basteranno le piazze di oggi? Le parole, gli abbracci, gli slanci? La costituzione alzata al cielo?  Basterà tutto questo?  No.  non basterà. Ma servirà a riempire almeno del frastuono dei nostri pensieri la vita dell’Inquilino, di colui che è rimasto forestiero e da forestiero vorrebbe trasformare gli italiani in cortigiani e l’intero paese nel salotto buono delle sue senilità.

Claudio Fava dall’Unità del 12 marzo 2011

Disegno eversivo

Salutiamo con sollievo la decisione di Silvio Berlusconi di far causa allo Stato italiano. Certo, è molto probabile che l’annuncio di ieri vada a infoltire la lunghissima serie delle promesse non mantenute, ma il solo fatto che il presidente del Consiglio abbia manifestato il proposito di agire in giudizio contro il suo Paese va considerato un importante passo in avanti verso la chiarezza. Sono ormai diciassette anni che Berlusconi agisce contro l’Italia in modo senza dubbio efficace ma anche un po’ caotico. A tutto campo, verrebbe da dire: ne ha infangato le istituzioni facendo eleggere al Parlamento inquisiti per mafia, ne ha ridicolizzato l’immagine nel mondo prima coi suoi «scherzi» ai vertici internazionali e poi col pubblico scandalo della sua incontrollabile satiriasi, ne ha danneggiato le casse pubbliche giustificando gli evasori fiscali e ne ha offeso la memoria ironizzando sulle vittime del fascismo. Ne ha sistematicamente oltraggiato l’intelligenza con bugie colossali – dalla «ricostruzione» dell’Aquila alla risoluzione del problema dei rifiuti a Napoli – e anche il paesaggio non solo con i suoi «piani casa» ma anche con le sue case private, come l’osceno maniero che ha edificato in Sardegna. Ne ha corrotto l’anima non solo assecondando ma addirittura trasformando in «valori» gli storici vizi dai quali a fatica, e molto lentamente, tentava di liberarsi. Ecco, giunto a un passo dal completare l’opera di distruzione del suo Paese, ma anche a un passo dalla possibilità di essere  espulso per indegnità dalla vita politica, giunto insomma a questo cruciale bivio il premier ha deciso di adire le vie legali: porterà l’Italia in tribunale per chiederle conto dei suoi giudici sovversivi che in tribunale vogliono portare lui. Quei moralisti che considerano reati le relazioni sessuali a pagamento tra adulti e minorenni. Contemporaneamente (stando almeno agli incredibili annunci giunti ieri sera dal vertice del Pdl) i suoi dipendenti politici denunceranno i giudici per lesa maestà. Sarà il processo del secolo. Anche perché ci sono buone probabilità che l’Italia, così autorevolmente chiamata in giudizio, decida di promuovere un’azione riconvenzionale chiedendo che sia Silvio Berlusconi a pagare. Com’è noto i mezzi non gli mancano, ma dubitiamo che siamo sufficienti a risarcire l’immenso danno che ha prodotto. Un altro po’ anche ieri. La cosiddetta «scossa» economica impapocchiata lì per lì nel tentativo di distrarre l’opinione pubblica e recuperare un po’ di consenso (perché il consenso del Caimano cala, checché ne dicano i suoi sondaggisti e i suoi maggiordomi) purtroppo non è «a costo zero». Cioè: lo è per quanto riguarda le risorse pubbliche disponibili (che sono zero, appunto) ma non lo è per il Paese. Perché tra le armi di distrazione (e distruzione) messe in campo c’è ora anche l’annuncio della modifica di tre norme della Costituzione. Il Caimano affonda i denti nella carne viva delle istituzioni per salvare se stesso. Staremo a vedere fino a che punto si spingeranno l’irresponsabilità e l’ambizione personale di quanti lo assecondano nel disegno eversivo.

Di Giovanni Maria Bellu su l’Unità del 10 febbraio 2011

Cosa unisce l’Italia

Le celebrazioni del Risorgimento, il processo che portò all’unità del nostro Paese stanno per rendere avvio in un’Italia lacerata, divisa, precipitata nel ridicolo dal governo di un solo uomo con la collaborazione di uno stuolo di cortigiani travestiti da politici. Per sovramercato una delle componenti della coalizione di maggioranza, forte del suo potere di ricatto, malsopporta l’idea stessa di un’Italia una. Ripetutamente alcuni dei suoi esponenti sbeffeggiano il tricolore, inalberano simboli posticci e paganeggianti come simboli di una presunta patria padana e si pretendono depositari di pseudo tradizioni e pseudo culture che non vanno al di là dello spirito da strapaese e da sagra simil popolare.  Io sono un cittadino italiano che disprezza ogni nazionalismo, a cui ripugna ogni retorica patriottarda e ho una vocazione universalista che mi fa sentire cittadino del mondo. Eppure l’Italia è anche la mia patria, nel senso in cui lo intendevano i combattenti per la libertà della Resistenza antifascista. I tanto calunniati e demonizzati comunisti italiani si aggregavano in formazioni che portavano il nome di Garibaldi, o la sigla Gap, gruppi di azione patriottica. Il Risorgimento si compie e si invera solo con la Resistenza antifascista, solo allora lo Stivale diviene la patria di tutti, perché nel passaggio da sudditi del Regno a cittadini della Repubblica anche le donne diventano cittadine italiane a pieno titolo. Non solo. Gli ebrei come me sono finalmente reintegrati nella piena dignità di cittadini italiani, dignità che il fascismo aveva loro strappato con le infami leggi razziali e con la complicità dei miserabili Savoia. Solo chi si riconosce nella Resistenza può dirsi pienamente italiano. Ed è sintomatico che un sindacastro leghista abbia cancellato la  ricorrenza del 25 Aprile dal Calendario.

Moni Ovadia dall’Unità del 22 gennaio 2011

Fate guerra alla paura

È venuto il momento di togliere gli occhi di dosso da Berlusconi e volgere lo sguardo agli italiani. Ho cercato di dirlo nei giorni scorsi in tv con alterna fortuna: la tv, del resto, è la vera scena del delitto.  È il corpo del reato, è lei stessa la pistola fumante. Volendo parlare e non partecipare al crimine bisogna farlo altrove. Lo faccio qui, di nuovo, dunque: da molti giorni – da mesi, in varie declinazioni – scrivo che il problema dell’Italia da tempo non è più solo Silvio Berlusconi. Il problema dell’Italia sono gli italiani incapaci di comprendere la realtà e di reagire, gli italiani che gli consentono di rappresentarli. Non sarà un processo, non sarà un vizio per quanto efferato a condannarlo. Sarà la rivolta di chi si riprende la delega scrivendoci dentro basta così: dei suoi elettori, dunque, soprattutto. Delle persone per bene capaci di esercitare la ragione che stanno a destra come a sinistra e al centro. Di quei padri – tra i suoi elettori – che non fanno prostituire le figlie perchè portino a casa i soldi. Di quelle donne, fra le sue elettrici, che pur potendo andare a letto con il professore per passare l’esame e col capufficio per fare carriera non l’hanno fatto né lo farebbero. Non perché non possono, perché non sono state scelte: perché non vogliono. Chissà se è ancora possibile o se è già troppo tardi.  Ho visto giorni fa il bellissimo spettacolo di Fabrizio Gifuni su Pasolini. Difficile che arrivi mai in tv. La descrizione del “genocidio culturale” commesso dalla dittatura televisiva e del “mutamento antropologico” che produce sono di precisione millimetrica. È questo il crimine, perfettamente premeditato e congegnato: vent’anni di ipnosi collettiva.  Da Drive In a Kalispera passando per anni di milioni di giovani “provinati” in tutta Italia per le Isole e le Case, per diventare Amici o infermierine. Chi ha vent’anni è nato lì dentro. Non è in questione, oggi, la prostituzione consapevole: ciascuno è libero di fare di sé ciò che vuole. Il problema è chi la induce e l’ha indotta in anni di casting ad uso pubblico e privato, di chi la sfrutta la rivendica ergendola a modello di condotta di successo.  Abbiamo raccolto quasi trentamila firme in due giorni chiamando all’appello le donne al di là della parte politica. È successa una cosa emblematica, il primo giorno: molte donne celebri lo hanno sottoscritto e hanno richiamato qualche ora dopo, quando i loro nomi erano in rete, per chiedere di essere tolte. Scusandosi, spiegando che non potevano, che chi fa un “lavoro molto esposto” non può firmare, rischia, viene dissuaso. Abbiamo compreso, abbiamo tolto i loro nomi che pure restano nero su bianco nelle adesioni della prima ora.  Certo: chi lavora a Mediaset – è solo un esempio, c’è ben altro – non può firmare un appello libero. L’Italia non è Mediaset però. La paura, l’intimidazione si combattono solo riprendendo in mano la propria libertà. Con dignità e orgoglio, un altro modo non esiste. A destra, a sinistra, al centro.

Concita de Gregorio da l’Unità del 22 gennaio 2011