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America, Oh America!

Una disillusione difficile da ammettere, 
un sogno da cui non ci si voleva risvegliare, 
     un affetto da cui si vuole essere riconquistati   

Qui riportiamo solamente le Considerazioni finali; chi vuole leggere l’intero elaborato di Davide Grillo può farlo qui

Considerazioni finali

Per decenni (sono trascorsi 150 dalla Guerra Civile Americana) l’America è stata il paese di riferimento come potenza democratica con una grande tradizione di apertura verso l’immigrazione e l’integrazione; il paese della prosperità e benedetto da Dio, dove chiunque poteva avere successo qualunque fosse il suo stato e la sua origine se solo avesse avuto talento e ferma volontà di perseguire l’obiettivo, il paese del “sogno americano”. Questa immagine dell’America è quella che il paese ha scelto per rappresentare se stesso, sia ai propri occhi sia nell’immaginario collettivo degli altri paesi. Ovviamente, questa immagine si basa sulla realtà, anche se la pratica della politica e degli affari ridimensiona notevolmente l’autocelebrazione e l’immagine edificante con cui i paesi vogliono identificarsi. Tale immagine accattivante dell’America è durata a lungo, sostenuta dalle azioni positive che hanno compensato gli aspetti della politica e degli affari che non dovevano essere resi noti. Essendo abituata a pensare a se stessa come “master and commander”, in un mondo molto sintonizzato sia sulla sua visione strategica sia su i suoi interessi, l’America ha dovuto cominciare a fare più da vicino i conti con la realtà a partire della Seconda Guerra Mondiale. Questa guerra, e in particolare il periodo successivo, hanno agito come una sorta di amaro risveglio in un mondo in cui il suo dominio era più che contestato ormai credibilmente conteso. Questo cambiamento ha comportato una maggiore attenzione alla protezione dei suoi interessi sia nelle aree di influenza stabilmente acquisite, sia in aree strategiche per il contenimento della contesa via via sempre più agguerrita e con nuovi attori.

In questo cambiamento di prospettiva è diventato sempre più aperto, e perfino brutalmente esibito, l’uso di quelle pratiche, interne ed esterne, una volta mascherate e presentate come dolorosamente necessarie da una politica e una diplomazia ipocritamente più accorte. L’escalation a cui ciò ha condotto è indicata dalla progressione di riferimenti evocativi come, Corea, Vietnam, assassinio di Kennedy, Watergate, Afganistan, Irak, Siria, … Il contesto attuale è quello in cui l’America da un lato vede offuscarsi l’alone di grandiosa potenza democratica, e dall’altro prende sempre più coscienza dell’impossibilità di imporre un controllo globale – e della conseguente necessità di “convivenza” geopolitica con altre potenze già stabilizzate o emergenti. L’America è quindi verosimilmente di fronte ad una “fase di crescita”, uno stadio verso la maturità che il paese ha tuttavia ancora difficoltà a realizzare pienamente e a inquadrare nella visione di un percorso evolutivo. E’ stato il primo presidente nero della storia d’America, Barack Obama (in carica dal 2009 al 2017), a interpretare con lucida consapevolezza la relatività della posizione dominante del paese. In politica estera questo si è tradotto nel progressivo ridimensionamento dell’impegno militare americano in varie parti del mondo, nella richiesta di un maggiore contributo dell’Europa e dell’UE alle spese per la sicurezza/difesa europea, e nel tentativo di influire sugli equilibri in Medio Oriente preferibilmente con accordi. La filosofia di fondo è stata quella di ricondurre l’impegno politico e militare americano nell’ambito del sostenibile, pure nell’azione finalizzata al sostanziale presidio degli interessi globali americani.

Anche il nuovo presidente Donald Trump (in carica dal 2017) persegue un ridimensionamento dell’impegno americano, tuttavia con un approccio assai diverso: il recupero di una più equa distribuzione della ricchezza interna attraverso un’attitudine isolazionista. Questo si traduce nella priorità dell’uso delle risorse economiche e degli investimenti per gli interessi interni americani (“America first”), e – per quanto è possibile giudicare al momento – nel sostanziale laissez-faire geopolitico fin tanto che la sicurezza americana non sia messa in pericolo. Due filosofie tanto diverse quanto non potrebbero essere; in definitiva, un andamento non lineare verso la coesistenza di potenze in un mondo di dominio globale fortemente conteso.

L’America ha dimostrato capacità di cambiamento e di reinventarsi con poca cura del proprio passato, in una sorta di rigenerazione tipica degli organismi adatti a sopravvivere e durare. Forse è questa sua qualità che le consentirà di rimanere, se non il più potente, almeno tra i più influenti “stakeholders” del nuovo ordine mondiale che si va ancora confusamente configurando. Tuttavia, se non è facile al momento capire quale assetto avrà il nuovo ordine mondiale, ancora meno facile è capire come l’America compirà il resto della strada per trovare la sua collocazione all’interno di esso. Nel frattempo, chi ha vissuto idealmente, di riflesso e da lontano, l’America del “sogno americano” seguiterà a sperare come in un diverso “sogno” che l’America seguiti ad essere sempre quella, autentica e ottimista, dei suo proprio “sogno americano”.